Onomatopeicamente

24 Febbraio Feb 2018 1611 24 febbraio 2018

Il padre di Strindberg nelle viscere di Lavia all'Elfo Puccini

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La banalità di una brutalità sopita nella quotidianità, una scelta non condivisa in un matrimonio logoro ormai privo di qualunque alone velatamente romantico. Una famiglia borghese messa a nudo in un salotto che sprofonda insieme al proprio vissuto in un crescendo di meschinità nella tragedia di August Strindberg, Il padre. Diretta e interpretata da Gabriele Lavia, all'Elfo Puccini fino a domani, è il testo del drammaturgo svedese che maggiormente guarda a Nietzsche - che la definirà «un capolavoro di dura psicologia» - nella scia costante del più classico romanzo psicologico del tardo Ottocento. Con la sconfitta, però, dell'emblema dell'Übermensch sotto i colpi di una moglie fredda e calcolatrice, la splendida Federica Di Martino, che ne sotterra la mascolinità, lei così modernamente Onfale, fino a chiuderlo in un'immacolata camicia di forza sotto la morbidezza del proprio scialle consacrandolo sull'altare della divinizzazione dei ruoli. Il precipitare della potenza dell'uomo contrapposta all'inesorabile ascesa della donna e della sua crudeltà in una vicenda famigliare dai connotati universali nel contesto (famigliare, appunto) degli anni in cui la tragedia fu scritta. Meravigliosamente interpretato, il testo raffinato sembra scritto sui solchi delle rughe di Lavia che fa del suo Capitano la vittima sacrificale perfetta della nutrice e della moglie, la madre che fu e la madre in essere. Con la scienza mai al passo coi tempi che segue defilata la poesia e la Bibbia senza riuscire a dare risposte altrettanto convincenti ad un uomo che sulle superstizioni ironizza e sui versi recita svogliatamente. Drammaticamente attuale - il precipizio così vicino evidentemente all'epoca non era.

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