Onomatopeicamente

6 Marzo Mar 2018 1335 06 marzo 2018

Danza macabra, il silenzio devoto e le urla sussurrate

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La storia del teatro italiano. Della regia e della recitazione, del carisma e della parola sussurrata, del verbo urlato e di quello sottaciuto. La Danza macabra di Strindberg - nella regia sublime e moderna di Luca Ronconi, con Adriana Asti e Giorgio Ferrara, in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano fino all'11 marzo - è il trionfo della scrittura nella sterminata produzione del gigante svedese, la rappresentazione maggiormente esaustiva del suo intento primario, il compimento e fine del teatro scandinavo ottocentesco e la nascita di quello novecentesco. Il resoconto di un fallimento famigliare nell'algida messa in scena ronconiana squarcia il velo sulla miseria borghese di una coppia annoiata con ben poco da dirsi ma molto da rinfacciarsi, affidando all'interpretazione della coppia Asti/Ferrara, che sotto le atmosfere plumbee di Marco Rossi si colpiscono a colpi di parole, la rappresentazione del dramma in un interno. Tradotta e adattata da Roberto Alonge, la danza rapisce lo sguardo e l'attenzione costringendo lo spettatore a tendere le orecchie per ascoltare con devozione Adriana Asti che si contende il giovane e timido Kurt contrapposta alle urla militaresche del Capitano nel desolato autunno di una vita appesa agli ultimi giorni e a quel briciolo di umanità che Ronconi ancora regala ai due protagonisti. E allora l'inferno domestico ci naviga davanti da una parte all'altra del palco, con l'ospite inatteso che dondola tra un seno cadente e una spada d'ordinanza arrugginita, fragile e remissivo. Un sublime, imperdibile, ripasso.

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