Onomatopeicamente

6 Marzo Mar 2018 1609 06 marzo 2018

Levante nel caos stupefacente del Dal Verme

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Storie vere, che nascono nel profondo. Che risalgono fino in cima e ci vengono sbattute in faccia. Ruvide, sensuali, dolcissime, intime. Il Teatro Dal Verme di Milano non è l'Alcatraz e Levante lo sa bene navigandoci dentro con inaspettata naturalezza. Dapprima nascosta dietro un velo sottile, a lasciarci immaginare ciò che sarà, poi rivelata in tutta la sua ostentata classe. Con gli archi a sottolinearne la grazia poco prima di partire, a freddo, con Alfonso. Meno prepotente, più delicata prima di scomparire ancora sotto un cono di garza. Nel caos di stanze stupefacenti viene proposto alternando pezzi meno recenti nel caos della stanza stupefacente per eccellenza del Dal Verme, nell'ultima delle due serate in programma, raccontando struggenti storie di famiglia (Finché morte non ci separi) e melodiche ostinazioni non solo mistiche (Gesù Cristo sono io e Santa Rosalia).

"Se parte la rivolta combatto con lo scudo dello schermo, le armi da tastiera, di giorno sto in trincea, lancio opinioni fino a sera…" da Non me ne frega niente è scontata nella sera dopo le elezioni per un pubblico che al Dal Verme rimarrebbe barricato come Mentana nel suo studio, scaldato da una band che segue Levante assecondandone la voce e i movimenti, arricchita da una nuova violoncellista miracolosamente bella e (dicono gli esperti) altrettanto brava. Il pubblico, risponde, il dramma elettorale è alle spalle. Una breve maratona di due ore che si chiude nell'intimità di vis-à-vis sulle note Ciao per sempre dedicato al fortunato della serata, brutto manco lui, e sulla versione tutta voci lontane dal microfono di Duri come me. Applausi, mentre lei è già in viaggio verso Genova (stasera), Roma (l'8), Senigallia (il 10) e oltre.

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