Onomatopeicamente
6 Aprile Apr 2018 1714 06 aprile 2018

Lavia dice Leopardi e interpreta Dostoevskij al Vascello

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Gabriele Lavia può dire ciò che vuole, figuriamoci dirci Leopardi. Non legge, non interpreta, dice. A modo suo, con le sue pause, le riflessioni. Ci dice di Leopardi, delle sue liriche, del suo villaggio, delle sue sere, dei suoi colli. Ieri sera, e stasera per chi se lo fosse perso, Lavia canta il poeta di Recanati al Teatro Vascello di Roma sfiorandoci con i versi di un'intimità rubata, di attesi e di ricordi, di sogni e aspirazioni. "Le poesie di Leopardi sono talmente belle e profonde che basta pronunciarne il suono, non ci vuole altro. Da ragazzo volli impararle a memoria, per averle sempre con me. Da quel momento non ho mai smesso di dirle. Per me dire Leopardi a una platea significa vivere una straordinaria ed estenuante esperienza. Anche se per tutto il tempo dello spettacolo rimango praticamente immobile, ripercorrere quei versi e quel pensiero equivale per me a fare una maratona restando fermo sul posto". Di come Leopardi andrebbe raccontato, spiegato, detto: non solo a teatro. Lavia è immobile sul palco, seduto su una sedia anonima a dircelo, e noi rapiti da lui, forse, da loro: da un lui da condividere con l'altro. Il pubblico apprezza in silenzio questa lezione che lezione non è, anticipandolo con un filo di voce dopo aver riaperto i cassetti della memoria.

Leopardi prima di Dostoevskij, un genio passato per ridicolo e il genio per eccellenza sul ridicolo. Sempre Lavia, sempre al Vascello, sabato sera e domenica pomeriggio, ma questa volta non dice, stavolta è. Il sogno di un uomo ridicolo è un viaggio onirico nella vita e nelle ragioni di un estraneo, meglio, di estraniato. "È un uomo del 'sottosuolo', cioè di quell'inferno sulla Terra abitato da dannati che vivono in cupa solitudine, indifferenza, livore, odio nei confronti degli altri", spiega Lavia, "essi si sottomettono alle pene di questo inferno come per una fatalità crudele e misteriosa, e, a un tempo, conservano gelosamente un lucido senso della colpa che li condanna a vivere un'esperienza carica di esaltazione frenetica e sofferente. A differenza degli altri dannati, quest'uomo ha scoperto il segreto della bellezza e della felicità, il segreto per 'rimettere tutto a posto'. 'Ama gli altri come te stesso' 'vecchia Verità che non ha mai attecchito'. E appunto nell'assurda proposta d'amore per il prossimo si trova tutta la sua 'ridicolaggine'. Ma, attenzione, quest'uomo ridicolo è consapevole dell'impossibilità di riuscita del suo progetto, eppure nel raccontare, nel 'predicare' la 'vecchia verità' trova il senso più profondo e l'unico scopo possibile della vita: mostrare la via di salvezza agli uomini, pur sapendo che non vi è possibilità di riuscita e di vittoria."

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