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19 Gennaio Gen 2018 1905 19 gennaio 2018

L'ora più buia nell'ora e mezza migliore di Gary Oldman

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Di Churchill ne abbiamo visti diversi, sia sul grande sia piccolo schermo - ultimamente anche su quello piccolissimo del nostro smartphone in The Crown -, ma non così: Gary Oldman non fa Churchill, Gary Oldman è Churchill in L'ora più buia di Joe Wright. L'epica nazionalsentimentale della vittoria sui totolitarismi per mano, anche, del coraggio decisionale dell'uomo solo al comando, incarnata dalla maschera del leader conservatore ritenuto responsabile della disfatta di Gallipoli, illumina una sorta di naturale controcampo del Dunkirk di Nolan nell'oscurità di una House of Commons minacciata non solo nell'orgoglio e scandisce il ritmo di una cavalcata attoriale senza caricature né scimmiottamenti, nonostante il personaggio e l'agiografia in merito potesse prestarsi, che non ha eguali nel cinema di Wright. Nonostante non sia un war movie, si muove, e le macchine con esso, come se lo fosse mescolando suoni e impressioni da trincea in camere del potere e bunker a prova di bomba. Un film sull'arte sopraffina della mistificazione della realtà nel momento più critico della seconda guerra mondiale tra la crisi del governo Chamberlain, il contemporaneo primo sfondamento nazista nel nord Europa e il successivo esecutivo guidato dall'uomo con l'homburg. Ed è così che Wright abbandona qualsiasi retorica buonista sulla non belligeranza lasciando campo libero ad una pièce enfatica e claustrofobica dai contorni attuali, e solo in parte romantica, che solo sul finale perde la spinta propulsiva iniziale abbandonando il chiuso delle stanze del potere per il chiuso di un'improbabile metropolitana che da Westminster ci riporta, giusto per cinque minuti, nel non meno claustrofobico palinsestesto di Rete 4.

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