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24 Gennaio Gen 2018 1220 24 gennaio 2018

Chiamami col tuo nome ovvero quando Guadagnino divenne "il nostro Guadagnino"

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Non ci sono narratori, non c'è voce fuori campo, non ci sono scorciatoie narrative nell'adattamento di James Ivory per Luca Guadagnino di Call me by your name di André Aciman. Ci sono Oliver ed Elio, illuminati dalla meraviglia della cinematografia di Mukdeeprom, a raccontare della loro estate, lassù, in un’imprecisata Italia settentrionale, della loro musica, delle loro letture, del loro amore: perché a 17 anni è meglio parlare che morire, meglio vivere piuttosto che farsi troppe domande con la paura di dover pure rispondere. Soprattutto se hai la sensibilità di Bach e Busoni, se ai discorsi su Craxi e sul Pentapartito preferisci il fiume e la sua acqua gelida, l'aria afosa di una Pianura Padana che omaggia Bertolucci con quel sole caldo che risplende sullo sterrato poetico che conduce alla villa dove si consumerà l'amore e l'abbandono. Con la delicatezza della maestria, Guadagnino muove la macchina accarezzando dolcemente i pensieri e le emozioni di Elio raccontandone le spensierate pulsioni adolescenziali, lasciandosi aiutare dal virtuosismo di Ryuichi e Sufjan Stevens, e lasciando che la Bordighera di Monet e Aciman possa svanire nel ricordo dolcissimo di un Renoir che ammira dall'alto. Il fascino dell'armonia stilistica di Guadagnino racconta l'innamoramento, l'amore e l'addio con la stessa grazia impressionistica del Renoir, stavolta padre, aborrendo quasiasi pudicizia e volgarità e giocando spesso di anacronismi espressivi più per vezzo che per timore di mostrare. Per un'omosessualità vissuta sulla quale è inutile indagare per la sua normalità, seppur nel cosmo di incertezze di un adolescente di buona famiglia, che convive senza troppe domande con le origine ebraiche, lasciando che i dubbi, spesso rivolti ai genitori coltissimi, siano sull'amore e non sulle sue sfaccettature. Che con i, possibili, premi in arrivo, e quelli già arrivati, Guadagnino sia diventato "il nostro Guadagnino" dovremmo farcene (finalmente) una ragione, con buona pace dei registi dell'Esquilino - qui evocati, più o meno volontariamente, con una t-shirt che riporta ad altre notti degli Oscar - e del ricordo dei fischi, ancora assordanti, in Sala Darsena, qualche Venezia fa, con quello che del regista palermitano rimane il capolavoro: Io sono l'amore.

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