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13 Febbraio Feb 2018 1803 13 febbraio 2018

Lady Bird, l'adolescenza di una ragazza che non si fa chiamare col suo nome

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Che l'adolescenza fosse (stata?) una merda ne sono sempre stato convinto. Che il carattere (il mio, intendo) fosse di merda ne sono sempre stato convinto, dagli altri. Lady Bird, tra i tanti pregi, è un film consolatorio o almeno lo è in parte. Perché quell'età, almeno per te, non tornerà più, ma ci sono buone probabilità che continui a tormentarti sotto le spoglie di un figlio. Perché Lady Bird è una ragazza adolescente che non si chiama col suo nome, ma che in compenso chiama la madre con altri nomignoli non così simpatici. Ha anche un padre depresso, un'amica grassa e nemmeno l'ombra di un ragazzo. Che anzi poi arriverà ma sarà gay e quindi ne arriverà un altro che però sarà uno stronzo e quindi poi arriveranno le sbronze. È l'adolescenza, bellezza. Ed è una merda soprattutto se sogni New York, ma ti devi accontentare della Sacramento di Joan Didion e se abiti dal lato sbagliato della ferrovia. Che poi, parliamone, c'è pure chi sta peggio. Perché la scuola cattolica alla fine non è poi così tremenda, la madre che fa i doppi turni tutto sommato non è un'alcolizzata - nonostante ne avesse tutte le ragioni - e la migliore amica grassa che avevi abbandonato per sembrare più figa si limita al massimo a tenerti il muso finché non ti accorgi che manco con le altre la sembreresti. Diretto da Greta Gerwig, Lady Bird è un film meravigliosamente imperfetto che evita qualunque deriva dawsoniana in nome di un'adolescenza ancora troppo fresca nella mente di attrice e regista. Si ride e ci si commuove, ma sempre con la voglia di sussurrarle: "Ciccia, Sacramento non sarà New York ma hai mai provato Rozzano?".

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