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2 Marzo Mar 2018 1823 02 marzo 2018

Quello che non so di lei, un Polanski ai minimi riesce nell'impresa di peggiorare Assayas

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Quello che non so di loro (dei nostri distributori, intendo) è come possano fare spesso tali scempi: da D'après une histoire vraie a Quello che non so di lei. Solite discussioni noiose per un film annoiato che vorrebbe giocare sul tema del doppio, il cui negativo è quell’Uomo nell’ombra altrettanto noioso e annoiato, ma che invece rimane prevedibilmente ingarbugliato in una storiella già vista dove non bastano il talento della Segnier e l'imperscrutabilità della Green per confezionare un film credibile di un cineasta stanco che della damnatio memoriae altrui da anni ormai si beffa sfornando lavori che possano portarlo alla dannazione spontaneamente.

Delphine è l’autrice di un romanzo intimo dedicato alla madre suicida diventato poco dopo la pubblicazione un caso editoriale. Ne vuole scrivere un altro, ma ha poche idee e pure confuse e se Misery non doveva morire qui può tranquillamente rimanere nei sogni di mamma e papà. L'ispirazione arriva finalmente con Elle e non se ne andrà più - Elle, intendo. È anche un thriller classico con una botola classica per scendere in una cantina classica da non aprire, ma anche thriller psicologico su due donne psicolabili che diventano una, ma anche un thriller qualcos'altro con dell'altro. Con tutta la buona volontà del caso, Polanski rovina una sceneggiatura difficilmente peggiorabile di Assayas filosofeggiando su una visione metacinematografica però appena accennata lasciando per strada il cinema di cui è (ancora?) capace. A Polanski è da anni tutto perdonato, a quanto pare pure i brutti film.

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