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5 Maggio Mag 2018 1210 05 maggio 2018

Loro 2, la solitudine di un povero vecchio

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L'eterna messa in scena del venditore, la sua snervante solitudine e il suo effimero altruismo - che dell'egoismo altro non è che la più alta forma. La miseria di un uomo ricchissimo che nella vita aveva un solo grande sogno, quello di tutti: essere amato. Da tutti, nonostante tutto. In Loro 2 non ci sono più loro, ma solo Lui. Loro due, al massimo: Silvio e Veronica. E, più defilati, silenziosamente assopiti ad osservare la deposizione di un altro Cristo, noi, stanchi ma pur sempre adoranti. La seconda parte di Loro è il trionfo di Contarello su Sorrentino, di Sorrentino su se stesso, di Tony Pagoda su Silvio Berlusconi. Di quello che mancava nella prima parte, la scrittura. Ed ecco che il paradiso orgiastico di corpi malinconicamente nudi in saldo lascia spazio alla solitudine dell'uomo in declino, fisico e politico. Perché è sui lunghi dialoghi tra Silvio ed Ennio (Doris?) e, soprattutto, tra Silvio e Veronica che Sorrentino e Contarello tratteggiano l'universo umano dell'ossessione italica e della sua rappresentazione. Le umiliazioni private di un uomo che invecchia sotto la maschera di cerone costretto, alla fine, a gustarsi tutto solo lo spettacolo di un vulcano in eruzione, abbandonato dall'esercito di peones e veline e da una moglie svogliata e delusa tornata cambiata, o semplicemente rassegnata, dall'ultimo viaggio spirituale. E con quel suo alito che puzza di vecchio, Lui, che non conosce altro modo per non morire, abbandona l'Eden sardo per una nuova avventura politica che alle precedenti peripezie imprenditoriali, ancor prima che istituzionali, sottrae l'istinto atavico di una mercificazione innalzata a virtù - mentre il Paese crolla, non solo metaforicamente. Perché mentre la prima parte era un racconto sugli italiani, la seconda è un lungo pellegrinaggio alle radici dell'italiano più italiano di tutti, che solo oggi, a distanza di un decennio dagli eventi raccontati dal film, è riuscito, con l'aiuto del tempo e della rassegnazione, ad arredare la rappresentazione del (proprio) mito con la tenerezza dovuta ad un vecchio ridicolo.

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