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18 Maggio Mag 2018 1714 18 maggio 2018

Dogman, il western urbano all'origine dell'ossessione

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Marcello è un uomo piccolo piccolo. Mite, giocoso, infantile, condiscendente coi cani degli altri e con gli umani suoi. Divide le sue giornate tra il salone di toelettatura per quattro zampe e l'amore per la figlia con due - almeno quando non viene coinvolto dall'amico Simoncino, ex pugile, in semplici e veloci rapine al termine delle quali lui pretende sempre «il giusto». Sorride spesso, con quel suo sorriso antico, alla sua vita pallida, chiedendo solo di essere benvoluto dagli uomini con i quali condivide la terra di mezzo, insomma il giusto. Insegue la benevolenza altrui con la stessa scompostezza con la quale rincorre il pallone nelle partitelle di quartiere; non riesce a dire di no alla figlia sulla meta delle vacanze, all'amico che lo costringe a raccogliere cocaina da terra o all'alano che pretende la manicure. Poi, docilmente, s'incazza. Ma il viso di Marcello (Fonte) rimane buono, non inquieta mai, restituendo il viso malconcio e orgoglioso della nostra periferia che forse solo Caligari avrebbe saputo (un'altra volta) raccontare, lasciando che sia il reality all'esterno a inquietare.

Garrone scava a mani nude nella desolazione umana più recondita per raccontarci dell'ennesimo povero cristo che perde la propria innocenza in un far west senza ferrovie e diligenze (e donne - che sono ex, che sono clienti) dominato dalle solite cattedrali del progresso: Compro oro, sale slot e palazzoni d'asfalto mai terminati fanno da sfondo a un universo scarnificato che vive di molte albe e pochissimo sole in cui la lotta per la sopravvivenza dei sentimenti si riduce all'essenziale. “Qui a me mi vogliono tutti bene” ripete il Citti di Villaggio Coppola, con la voce tremante da Lazzaro infelice che brama riscossa senza vendetta, all'amico tossico. La storia del Canaro della Magliana - edulcorata nei suoi aspetti più cruenti, per quanto possibile -, simile e opposta a quella del Nano di Termini, è il pretesto filologico che serve a Garrone per tornare nei meandri del suo personalissimo tormento, il racconto per immagine dell'ossessione, filmando una fiaba nerissima degna del Basile più intimista affidando alla meravigliosa cinematografia di Nicolaj Brüel la contestualizzazione del colore. Perché di sole ossessioni vive l'uomo, seppur canaro, sia che portino alle Maldive sia che accompagnino in Calabria.

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