Piano sequenza
31 Maggio Mag 2018 1551 31 maggio 2018

Lazzaro felice, il grande inganno di Alice Rohrwacher

  • ...

Lazzaro è tanto buono da venir considerato stupido; Tancredi è tanto stupido da venir considerato, appunto, stupido. Diventeranno amici, in modo un po' rocambolesco, forse un po' stupido. Finiranno per perdersi, per ritrovarsi e per riperdersi, in un'amicizia senza confini di tempo e di spazio che nasce nelle campagne del grande inganno e terminerà nelle metropoli di un inganno ancor più grande. Mezzadro quando la mezzadria era stata già bandita da parecchio, Lazzaro è il primo a svegliarsi e l'ultimo a ricevere la cena, se ne avanza, ed è il braccio di una comunità racchiusa tra le prime alture ancora dolci di un Appennino comunque invalicabile e un fiume che nonostante le tre dita d'acqua mette ancora paura. Una sera deciderà di seguire la luna - e una banda di ladri - per raggiungere la città.

Il medioevo dello sfruttamento padronale e la contemporaneità sospesa, la dolcissima ballata verista sulla piccola santità senza miracoli di Alice Rohrwacher porta gli occhi e il cuore dello spettatore nei luoghi di un cinema antico, di cui ultimamente piangiamo i protagonisti - sarebbe piaciuta ad Olmi, a Vittorio Taviani, a coloro che la trasformazione sociale del nostro paese l'hanno raccontata dall'inizio. Il cinema della Rohrwacher, ingenuo e purissimo come i suoi personaggi, conferma la maturità artistica già raggiunta dai toni delicati e autentici de Le meraviglie, accarezzando la natura preistorica di una religione appena sfiorata prima che i colori caldi della campagna lascino spazio a quelli freddi e didascalici di una città, che è un po' Milano e un po' Torino, in cui il grande inganno continua sotto mentite spoglie. Perché quello di Lazzaro, altrettanto puro e folle, antichissimo e moderno Pasifal, è un volto che non ci somiglia più, che rimane giovane anche trent'anni dopo, che resuscita per morire in una banca, che ad Eboli vorrebbe tornare per restarci. E parla poco, spesso annuendo, lasciando che sia la forza giovanile di quel corpo celeste a rispondere all'arroganza di chi parla troppo senza mai annuire. E l'esordiente Tardiolo è talmente Lazzaro da regalarci un'adesione che non ha bisogno di tecnica per apparirci straordinaria nella sua intensità di sguardi. E Alice dirige con la macchina in mano lasciando che siano i volti di attori non professionisti a raccontare la storia di gente che lavora senza fare, e farsi, troppe domande, mantenendo il disincanto e la spiritualità di un cinema che pensavamo poter ammirare solo restaurato. Invece eccolo davanti agli occhi il medioevo storico e il medioevo umano, attraversati dal Francesco di Chiara Frugoni - spogliato dagli acquerelli di Felice Feltracco e illuminato dalle luci della solita Hélène Louvart - in un lungo pellegrinaggio nemmeno troppo laico ma pur sempre (forse inconsapevolmente) felice.

Correlati