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8 Giugno Giu 2018 1802 08 giugno 2018

La terra dell'abbastanza, l'esordio ruvido dei fratelli D'Innocenzo

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C'è nulla di cool nella mafia romana dei fratelli D'Innocenzo: non c'è l'epica romantica o il pietismo eroico che arredano il genere stilizzando vittime e carnefici, mitizzando l'impresa criminale nell'inerzia di racconti sempre uguali. Perché l'amaro della cicoria selvatica tra i denti è già abbastanza se tua madre fatica a riempire il frigo e tuo padre vive in un garage. E allora se per una botta di culo scopri che uccidere non è poi così difficile, inizi a farlo su commissione. Per comprare un paio di jeans alla ragazza, per un cellulare nuovo, per riempire quel frigo che rimbomba la miseria dei tuoi pasti. E se quei rari campi larghi ti riportano a Ponte di Nona, quando vorresti sprofondare nei primi piani di due ragazzi di vita che per l'omicidio pensano d'esser portati, perché oltre che tirare calci ad un pallone non hanno fatto, t'accorgi che non è la solita bulimia dell'avere a impossessarsi del futuro ma la fame dell'abbastanza, del giusto. Nel deserto umano della periferia romana Mirko e Manolo galleggiano senza possibilità di redenzione scrutando il loro misero orizzonte, lontano una spanna di cemento, fino al giorno della svolta, dell'incidente, della violenza scelta e non imposta destinata ad un epilogo scritto in partenza e risolto troppo velocemente. La terra dell'abbastanza è un film ruvido, secco, imperfetto nel suo confezionamento prezioso da cinema di genere, ma girato splendidamente da due esordienti manco trentenni col talento di strutturare due giovani attori nelle loro mani (Carpenzano e Olivetti) e destrutturarne due meno giovani (Zingaretti e Tortora). Del loro crudele romanzo di formazione rimarrà un tatuaggio su un braccio e una madre senza un figlio, allontanando - grazie a Dio - qualunque pretesa sociologica per avvicinarsi carponi all'irreale Paese reale. Filmandolo.

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