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8 Novembre Nov 2018 1322 08 novembre 2018

First Man, un film di lontananze

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First Man è film di lontananze - spaziali, temporali, affettive; d'intimità famigliare - di cui segue il lessico scarno, inaffettivo, claustrofobico. Si guarda alla luna, si sfiora l'uomo. L'elaborazione di un lutto impossibile da elaborare, la tecnica ingegneristica per la preparazione di un viaggio impossibile da immaginare e la salvezza a portata di telescopio. Le gesta del sopravvissuto che sarà eroe, che più in là non potrebbe scappare, in cerca di un silenzio che sopporti l'effimero di un ricordo vestito a lutto. Ed è tutto nello sguardo malinconico di una Claire Foy, perfetta ad assecondare i silenzi di Ryan Gosling, che si gioca il ruolo da protagonista con la rivale - fotogenica ma non danzante alla Kubrick -, la tecnologia: inevitabilmente retrò ma non inutilmente rosata alla Maniac, si perde fra l'epica della navicella e lo scazzo di una radiolina malconcia e gracchiante. Ed è così che passato e futuro alternano fra le mura domestiche di una borghesia ancora ingenua il loro personalissimo susseguirsi. Perché il piccolo passo per l'uomo Armstrong parte da lontano, dal ricordo che vorrebbe svanire al domani che vorrebbe arrivare. Chazelle scava oltre la paraculaggine di una fantascienza sempre più intimista, qualunque cosa voglia dire, relegando spazio e tempo a carta da parati, maledicendo più Nolan che Kubrick.

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