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31 Dicembre Dic 2018 1439 31 dicembre 2018

Suspiria ovvero il genio di Guadagnino incontra l'horror

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Il dolore della danza e la coreografia spietata del sangue, la sensualità levigata del sorriso e il talento mortifero che sgorga dalle articolazioni che scricchiolano sotto il peso di ciò che accadrà. Sayombhu Mukdeeprom desatura i colori essiccandoli sull'altare della cinematografia di un Guadagnino che prende la Suspiria argentesca e soltanto dopo averla esaltata nella sua natura l'appallottola e la sputa trasfigurata nello spirito. A farne le spese sono le sfumature lisergiche del vecchio sabba tovoliano che, masticate e digerite, si perdono nella nuova luce di una Berlino divisa ed esoterica e in una scuola di danza che libera finalmente il movimento dall'inerzia del pretesto narrativo. L'esaltazione del feminino sacro, punto cardine del cinema di Guadagnino, permette alla sceneggiatura l'abbraccio tra il Faust di Goethe e la Tereza di Kundera grazie agli occhi densi di Tilda Swinton e alla sensualità angelica di Dakota Johnson ormai a proprio agio con la prospettiva colta del regista palermitano. Il tutto abbracciato dai marmi e dai tendaggi prugna e ruggine che si allontano dall'iconografia stile Villa Necchi per avvinghiare le atmosfere fassbinderiane. Ma nella solita perfezione della confezione, è pure sempre il corpo il principe della scena e Guadagnino lo plasma con la maestria dell'ispirazione come aveva fatto con Elio e Oliver. Perché la Johnson abbandona il due pezzi di A bigger splash per la tuta da sala prove, ma la coordinazione delle membra asseconda la visione del regista regalando al pubblico la miglior performance della sua carriera. Il resto è puro Guadagnino - e basta così.

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