POPOLI & POLIS
3 Novembre Nov 2018 0730 03 novembre 2018

8 dicembre: la guerra di Salvini all'Europa

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Salvini dichiara guerra all'Europa, lanciando una adunata in piazza del Popolo, a Roma, per il prossimo 8 dicembre.

Abbiamo pensato di usare una fiaba per raccontare come questa guerra rischia di portarlo al centro di un labirinto dove non troverà, come lui spera, il mostruoso Minotauro che ha costruito l'Europa, ma...

IL BAMBINO CON LA FIONDA

C’era una volta...
Un bambino di nome Dodo, che aveva incontrato gli occhi del vecchio saggio.

Quegli occhi, ora, brillavano nel cielo e facevano sì che non rimanesse mai al buio e che non si perdesse lungo la strada. Se poi il cielo nascondeva dispettosamente le stelle con minacciose nuvole nere, Dodo poteva sempre dare un colpo d'ala. Anche questo glielo aveva insegnato il saggio. E allora spiccava il volo, superava le nuvole nere e arrivava dove l'aria si fa più fresca sul volto bagnato e dove il vento fa delle coccole carezzando dolcemente i capelli. Così riusciva a ritrovare le sue stelle che erano sempre lì a sorridergli con dolcezza.

Al centro del labirinto, Salvini, non troverà, come spera, il mostruoso Minotauro che ha costruito l'Europa, ma...

Il mito di Cnosso

Ma il colpo d'ala Dodo lo usava anche quando prendeva una strada nuova, per vedere dove lo avrebbe condotto e, se finiva in un labirinto, aveva imparato a cambiare direzione.

Ogni giorno rappresentava per lui una nuova avventura. Imparava a capire e a conoscere i fiori, le foreste, gli uccelli... gli occhi degli uomini. E scopriva ogni giorno di più da dove veniva, chi era e dove andava.

Ma, vivendo fuori dei labirinti, Dodo aveva perso tutti i suoi vecchi amici, e da quando aveva imparato a dare il colpo d'ala non aveva più incontrato altri bambini come lui. E questo lo faceva sentire ancora molto solo.

Ricordava che una volta, mentre giocava con le aquile, le aveva sentite parlare di altri bambini, che, come lui, vivevano fuori dei labirinti, ma che si incontravano difficilmente, poiché gli spazi aperti erano molto, molto grandi.

Un bel giorno Dodo decise di non aspettare più, e, alzatosi di buon mattino s'incamminò per andare in cerca di un nuovo amico.

Giunse in cima a una collina verde, dalla quale si vedeva tutta la Città, che dalle alture circostanti scendeva fin dentro il mare, mentre il sole timidamente spuntava dietro al grande vulcano e nell'aria iniziava a circolare l’energia che risveglia la natura.

Dodo stava ammirando quello spettacolo meraviglioso, quando si accorse della presenza di qualcuno. Si guardò attorno e vide poco distante un bambino, che, accovacciato, era intento a cercare qualcosa tra i rami di un piccolo alberello appena spezzato.

Gli occhi di Dodo s'illuminarono di gioia.
«Ehi bimbo!», gridò correndo verso di lui, «Posso aiutarti?».
«No!», rispose seccato il bambino senza distogliere lo sguardo da un piccolo ramo a forma di "Y", che aveva appena trovato.

Dodo a quella risposta si fermò a distanza. Il bambino, ora, era impegnato a legare un grosso elastico ai due capi della biforcazione del ramoscello. Dodo non aveva alcuna intenzione di lasciarsi scappare quell'occasione.

«Che cosa stai costruendo?», chiese, senza avvicinarsi oltre.
«Una fionda, non lo vedi?», rispose il bambino, che intanto aveva iniziato a cercare delle pietre adatte alla sua nuova arma.
«Una fionda? E per farne cosa?», chiese Dodo preoccupato per i suoi amici uccellini.

Lo vedi quel labirinto lì giù? Sto andando a distruggerlo, visto che i grandi che ci vivono dentro sono vili e incapaci

«Lo vedi quel labirinto lì giù?», rispose puntando l'indice verso la Città, che alle prime luci dell'alba si stava lentamente svegliando, «Sto andando a distruggerlo». «E visto che i grandi, che ci vivono dentro sono vili ed incapaci», continuò con tono che era stranamente fra il disprezzo e l'esaltazione, «vi andrò io al centro e ucciderò con la mia fionda il mostro che l'ha costruito».

Dodo si era chiesto qualche volta chi fosse il costruttore dei labirinti, ma, tra le varie ipotesi che aveva fatto, non aveva mai pensato a un mostro, tipo quelli che vengono descritti nelle favole, e comunque era il momento meno adatto per rifletterci. Era molto emozionato per aver sentito quel bambino parlare di labirinto, perché per lui significava una sola cosa.

«Hai incontrato anche tu il vecchio saggio?», gli chiese con voce che nascondeva appena l'emozione.
«Cosa? Quale vecchio?», rispose il bambino, continuando a guardare quella Città illuminata dal sole che fra poco sarebbe andato a distruggere.
«Ma come?... il saggio... gli occhi... le stelle... il colpo d'ala... andiamo insieme a giocare con gli uccelli?», disse confusamente Dodo.

Il bambino con la fionda, sentendo Dodo pronunciare parole prive di un filo logico e per lui anche di significato, si voltò e per la prima volta da quando erano vicini lo guardò. I suoi occhi erano opachi, pieni di odio e gonfi di disprezzo: vuoti.
«Ma cosa dici? Tu sei un pazzo!». E detto questo si girò e si mise a correre giù per la collina verso la Città, con la sua fionda ben stretta nella mano sinistra e le pietre bianche nella destra.

Dodo non tentò di fermarlo. Rimase lì muto, immobile, come se stesse ancora ascoltando l'eco di quelle parole dure e fredde. Nel suo campo visivo il bambino era ormai un puntino nero, che si avvicinava sempre più al suo labirinto.

Nell'istante in cui il bambino con la fionda entrò nella Città, Dodo si riprese da quello strano torpore in cui era caduto e provò un leggero rimorso. Avrebbe potuto dirgli che al centro del labirinto non avrebbe trovato alcun mostro. Dodo, lì, c'era già stato.
Il bambino con la fionda avrebbe trovato solo un grande specchio.

Al centro del labirinto non avrebbe trovato alcun mostro. Il bambino con la fionda avrebbe trovato solo un grande specchio.

Autoritratto allo specchio di Maurits Escher

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