POPOLI & POLIS
3 Novembre Nov 2018 1700 03 novembre 2018

Sindacato, ricordati chi sei.

  • ...

Il 3 novembre di sessantuno anni fa moriva a Lecco Giuseppe Di Vittorio, colpito da infarto subito dopo l’ultimo incontro sindacale cui aveva partecipato. Nato nel profondo sud, a Cerignola, terminò la sua vita nel profondo nord, quasi a indicare con la sua parabola esistenziale che l’Italia è una. E, com’era destino, la terminò sul fronte: il fronte della fatica, del dialogo, della battaglia e, soprattutto, per chiudere con una parola per lui sacra, il fronte del lavoro.

Vale la pena di ricordarla, questa ricorrenza, perché Di Vittorio è di quelli che hanno lasciato una traccia non solo nella storia del nostro Paese ma nell’esistenza di molti: se non ci fosse stato quest’uomo dal volto severo, onesto e tenace, marcato da quella nobiltà autentica che nasce dal merito e non certo dal ceto, tanti tra noi non avrebbero potuto studiare, avere un impiego stabile, uno stipendio mensile, cure mediche adeguate, pensioni dignitose e diritto al voto.

Tra le molte decisioni importanti che prese nella sua vita e che influirono sulle vite degli altri, quella decisiva è forse la prima. A dieci anni, dopo la morte del padre in un incidente sul lavoro, Peppino dovette iniziare a faticare e prese il suo posto come bracciante. Aveva appena imparato i primi rudimenti della lettura e della scrittura. Non gli bastavano. E allora, con grande fatica, iniziò a mettere da parte uno spicciolo dopo l’altro per comprarsi… un vocabolario. Senza quel vocabolario non ci sarebbero probabilmente state le sue parole forti e semplici, insieme precise e umane, che, come mattoni, hanno costruito la storia dell’antifascismo e del sindacalismo italiano.

Giuseppe Di Vittorio

Di Vittorio è di quelli che hanno lasciato una traccia non solo nella storia del nostro Paese ma nell’esistenza di molti.

Questa mattina la CGIL lo ha commemorato con un breve post sulla sua pagina Facebook. Il primo dei commenti in calce al testo dice: «Se potesse vedere come si è ridotta la CGIL, si rivolterebbe sicuramente nella tomba». Polemica strumentale o autentico grido di dolore? Difficile saperlo. Più che comprenderne le motivazioni, vale la pena di valutarne il significato. Non è il solo, questo signore, a pensare che le organizzazioni sindacali di oggi – a cominciare dalla più grande – non abbiano più un ruolo incisivo nell’interpretare le dinamiche sociali e farsene portavoce consapevole e determinato. Non è il solo a vederle arroccate su posizioni arcaiche e su un’idea di lavoro ottocentesca. Non è il solo a ritenerle burocrazie lente, polverose, inefficaci. Non è il solo a credere che siano troppo occupate dalle loro lotte interne per il potere e troppo poco attente ai bisogni, ai drammi e ai cambiamenti di quello che, per secoli, è stato il loro referente primario: il popolo.

La colpa di questo indubbio declino nella percezione collettiva è da attribuirsi certamente ai sindacati stessi, che hanno commesso molti errori. Ma in primo luogo è della politica, che invece di considerarli interlocutori indispensabili nel dibattito sociale, da tempo sta mettendo in atto un’opera di costante delegittimazione non solo dei rappresentanti dei lavoratori, ma addirittura dell’idea stessa di lavoro.

In origine fu Silvio Berlusconi. Correva l’anno 2002 e lui disse: «I sindacati non fanno passi avanti per modernizzare il mercato del lavoro e proclamano scioperi dei padri contro i figli». Nel 2009 fu Renato Brunetta a esprimere la posizione di Forza Italia concentrando il fuoco contro la CGIL a causa della «sua funzione egemonica di freno, fino a rompere l’unità sindacale, che ha provocato danni incalcolabili al Paese e al suo processo di modernizzazione». Nel 2011 parlò di nuovo Berlusconi, in maniera ancora più pregnante: «Con i sordi non si può parlare e ragionare» e, a risposta a una domanda dei cronisti che gli chiedevano se fosse possibile un tavolo di confronto con il principale sindacato italiano, esternò una delle sue battute memorabili: «In testa glielo do». In fondo la posizione del cavaliere è comprensibile e quasi legittima: è un imprenditore di destra, sceso in campo per salvare le sue imprese e aumentare il suo capitale. Che cosa ci si può aspettare d’altro?

Più inquietanti e ambigue sono le posizioni di chi verrà dopo di lui. Quella di Matteo Renzi e ancora più quella di Beppe Grillo. La visione del primo può riassumersi in una frase secca: «Avremo i sindacati contro? Ce ne faremo una ragione», che si traduce in pratica quotidiana.

Quanto a Grillo, fin dagli albori dei meet-up virtuali pentastellati, definisce i sindacati confederali «un retaggio dell’800». E si premura di aggiungere: «Voglio uno Stato con le palle, eliminiamo i sindacati che sono una struttura vecchia come i partiti politici. Non c’è più bisogno di loro». Perfettamente in linea, tutto questo, con la strategia della disintermediazione di cui regista indiscusso è Gianroberto Casaleggio e le cui conseguenze sono tuttora in atto grazie al Governo del cosiddetto cambiamento. Le sue due componenti sono divise su molti fronti ma compatte nella destabilizzazione delle istituzioni democratiche. Entrambe infatti paiono ben liete di esautorare il Parlamento delle sue prerogative affermando (lo dice, con sincera ingenuità, Davide Casaleggio) che ha le ore contate, chiedere in piazza l’impeachment del presidente della Repubblica quando esercita il ruolo che la Costituzione gli riserva, contestare il potere giudiziario, disprezzare i sindacati, farsi beffe dei Trattati europei che l’Italia – Paese fondatore dell’Unione – è stata tra i primi a siglare e che andrebbero certamente cambiati ma non distrutti se si vuole contare ancora qualcosa nel mondo. In particolare entrambi persistono con tenacia nel manipolare la pancia del popolo – o gli «Amici», come scrive quotidianamente lo sfolgorante Salvini o, meglio, il suo software social detto «La Bestia» – illudendola che la democrazia diretta sia la sola forma di democrazia possibile e abbandonandola poi in quella che Ezio Mauro definisce «la solitudine anonima dell’uno vale uno», che della democrazia è l’esatto contrario.

Beppe Grillo

Voglio uno Stato con le palle, eliminiamo i sindacati che sono una struttura vecchia come i partiti politici. non c'è più bisogno di loro.

Beppe Grillo

C’è un filo rosso che unisce i puntini di questo disegno, avviato in maniera tutto sommato prevedibile da Berlusconi, il primo vero populista al Governo, proseguito con maggiore ambiguità da Renzi e dai poteri forti che lo hanno sostenuto e giunto all’apoteosi con Di Maio e Salvini. È l’eversione, intesa non tanto in senso drammaticamente concreto, quanto etimologico: abbattimento, sovvertimento, o, per chi ama questo termine, «rottamazione» dell’esistente. In cambio di che cosa?

Che l’Italia abbia bisogno di “eversione” intesa come cambiamento di un sistema di potere chiuso, impermeabile al nuovo e che ha fatto della corruzione un’abitudine ovvia come il caffè del mattino, è certo. Che le modalità populistico-eversive adottate da Berlusconi in poi siano solo strumento per sostituire a un sistema di potere malato un altro ancora peggiore, perché meno democratico, lo è altrettanto.

Per tornare al punto di partenza, cioè i sindacati, in questa fase così critica e pericolosa della nostra storia collettiva dovrebbero e potrebbero diventare protagonisti di un rinnovamento reale perché rappresentano la sola, vera opposizione possibile al precipizio di povertà materiale e morale in cui stiamo precipitando senza esserne ancora pienamente consapevoli. I loro iscritti sono complessivamente circa 16 milioni (di cui oltre la metà pensionati: segno dei tempi e dell’allontanamento dai giovani). La loro rete territoriale resta unica: radicata, vicina alla gente, potenzialmente potentissima. Il loro ruolo dovrebbe rimanere quello di rappresentare, di fronte alle istituzioni, la voce degli ultimi e i loro diritti. Oggi non lo stanno facendo o non appieno. E sono troppo divisi tra loro e concentrati su se stessi per uscire dall’angolo buio del ring in cui la politica li ha confinati.

Per ritrovare la loro energia vitale e assumere le responsabilità che loro competono, dovrebbero forse ricordarsi semplicemente una frase del Re Leone, quella che Mufasa rivolge con autorevolezza al piccolo Simba: «Ricordati chi sei». In altre parole dovrebbero tornare alle radici più autentiche della loro identità e partire da quelle per costruire il futuro con la stessa audacia e la stessa capacità di interpretare i tempi di cui hanno dato prova quando hanno combattuto con ugual vigore il fascismo e le Brigate Rosse, introdotto lo Statuto dei Lavoratori, promosso la parità di genere o lo Ius Soli. Le sfide sono adesso diverse, forse anche più sottili e minacciose. Il coraggio deve restare lo stesso.

Auguriamoci che il Congresso della CGIL che si terrà in gennaio possa rappresentare un momento di rilancio dell’azione sindacale nel suo complesso, nel segno dell’unità, dell’innovazione e della determinazione. «Lavorate sodo, dunque, e soprattutto lottate insieme, rimanete uniti. Il sindacato vuol dire unione, compattezza. E lavorate con tenacia, con pazienza: come il piccolo rivolo contribuisce a ingrossare il grande fiume, a renderlo travolgente, così anche il piccolo contributo di ciascuno confluisce nel maestoso fiume della nostra storia». Sono parole di Giuseppe Di Vittorio. Restano d’attualità. Di un’attualità urgente, vitale e quasi dolorosa.

Il ruolo del sindacato dovrebbe rimanere quello di rappresentare, di fronte alle istituzioni, la voce degli ultimi e i loro diritti.

Ricordiamoci prima di tutto chi siamo...il resto è conseguente.

Geplaatst door Francescomaria Tuccillo op Dinsdag 19 juni 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati