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10 Maggio Mag 2018 1103 10 maggio 2018

Pompeo Savarino, il controllore scomodo

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Il controllato che caccia il controllore. Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania o in un altro Paese del mondo dove è fortemente radicata una cultura di accountability delle istituzioni di fronte ai propri cittadini, sarebbe difficilmente concepibile – e accettabileciò che sta accadendo nella Regione Lazio (in un silenzio omertoso che, per la verità, da qualche giorno sembra essersi rotto) con il caso di Pompeo Savarino, il responsabile Anticorruzione rimosso dall’incarico dal governatore Nicola Zingaretti solo perché aveva svolto efficacemente il suo lavoro di controllo.

Ricapitoliamo la vicenda, già descritta in un precedente intervento su questo blog e poi aggiungiamo qualche elemento: Pompeo Savarino, direttore della Direzione controllo e vigilanza, nonché responsabile Anticorruzione, lo scorso marzo è stato rimosso dall’incarico dal governatore Nicola Zingaretti dopo aver semplicemente segnalato l’irregolarità di una nomina compiuta proprio dalla giunta regionale. Si trattava della nomina di Stefano Acanfora, direttore della Centrale acquisti regionale, a commissario dell’istituto che si occupa della gestione di Villa Piccolomini nella Capitale. L’ipotesi (assai seria) è che l’incarico non avrebbe mai dovuto essere affidato ad Acanfora, perché questi, secondo l’attività di controllo svolta da Savarino, avrebbe dichiarato il falso attestando di non ricoprire incarichi esterni alla pubblica amministrazione, né di svolgere attività professionali, quando invece risulterebbe titolare di cariche e qualifiche in alcune società private.

Anziché annullare la nomina irregolare, Zingaretti – con una decisione senza precedenti – ha stabilito la soppressione dell'intera Direzione controllo e vigilanza, con la revoca dell'incarico a Savarino e altri quattro dirigenti. Nel precedente intervento, avevo dato notizia della netta bocciatura che il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, aveva dato alla delibera della giunta regionale, rintracciando "un 'fumus' di connessione tra la revoca dell'incarico a Savarino e l'attività da questi svolta in materia di prevenzione della corruzione". Un atto, insomma, che sa molto di ritorsivo.

La novità è che dopo la bocciatura dell’Anac, l’operato di Zingaretti è stato valutato negativamente anche dal Tar del Lazio, che ha accolto il ricorso presentato da Savarino e concedendo la sospensione della revoca. La Regione non ha potuto far altro che reintegrarlo, in attesa che la camera di consiglio del Tar si pronunci sul medesimo argomento il prossimo 29 maggio.

Non si registrano, invece, grandissimi cambiamenti sul piano della (scarsa) attenzione pubblica su una vicenda dai risvolti così significativi, che giunge direttamente dalla Regione della Capitale d’Italia. Sembra, insomma, che al di là delle discussioni di facciata sull’anticorruzione, il più delle volte condite da considerazioni qualunquiste e soluzioni formalistiche al grave problema della corruzione, nel Paese faccia fatica ad affermarsi una reale cultura della trasparenza, in grado di analizzare criticamente i casi di malversazione e definire di conseguenza le adeguate contromisure.

Sintomatica di tutto ciò, d’altronde, è stata la stessa decisione di Zingaretti di sostituire Savarino con Andrea Tardiola, che già svolge la funzione di segretario generale della Regione. Una scelta che stride con il ruolo stesso, visto che il responsabile Anticorruzione dovrebbe essere una figura indipendente, ma anche con le modalità che hanno portato alla epurazione del dottor Savarino, controllore scomodo.

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