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28 Maggio Mag 2018 0956 28 maggio 2018

Il danno reputazionale entra nel mondo del calcio

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Danno di immagine e reputazionale entrano a pieno titolo anche nel mondo del calcio e nell'economia dello sport. Il punto di svolta si è materializzato con il caso Milan-Uefa negli ultimi giorni. Vediamo come.

Martedì scorso l'amministratore delegato del Milan, Marco Fassone, commentando la decisione dell'organismo di vertice del calcio europeo di "rinviare a giudizio" il Milan per la violazione delle regole sul fair play finanziario, ha detto: "La decisione dell'Uefa può rappresentare un importante danno di immagine". Una decisione senza precedenti, che potrebbe costare al club di via Aldo Rossi addirittura l'esclusione dalle prossime competizioni europee, e che già ora potrebbe avere gravissimi risvolti sulla reputazione della società sul piano internazionale.

Fassone coglie un punto fondamentale: le società di calcio sono ormai aziende a tutti gli effetti, con un brand da tutelare e promuovere a ogni livello. Le cinque squadre più ricche del mondo (Manchester United, Real Madrid, Barcellona, Manchester City e Bayern Monaco) fatturano ogni anno oltre 3 miliardi di euro tra entrate relative ai biglietti, abbonamenti, attività commerciali relative allo stadio, vendita dei diritti televisivi, sponsorizzazione e merchandising. E' d'altro canto anche in questo ormai mutato scenario mondiale che va vista la decisione Uefa.

Nel 2011, infatti, l'Uefa ha introdotto un meccanismo chiamato Fair Play Finanziario (FFP) – molto simile al Fiscal Compact concordato nel 2012 tra gli Stati aderenti all'Unione europea – che impone a tutti i club di calcio europei di avere i conti in regola, e dunque di razionalizzare le proprie finanze per evitare gli indebitamenti folli e i fallimenti del passato. In particolare, i club devono dimostrare di aver rispettato i parametri di continuità aziendale, equilibrio tra costi e ricavi, e azzeramento di debiti verso altri club, giocatori o autorità sociali e fiscali.

E se un club non rispetta queste norme? L'articolo 68 del regolamento del Fair Play Finanziario prevede che, nel caso in cui un club richiedente la licenza non soddisfi i requisiti nel triennio in esame, l'Organo di Controllo Finanziario per Club Uefa (CFCB) possa decidere di concludere un accordo transattivo con il club, cioè definire una sorta di patteggiamento. Il club accusato di aver violato il FFP ha la possibilità di presentare all'organo preposto il cosiddetto Voluntary Agreement, ossia un piano aziendale di rientro pluriennale, al quale lo stesso club si autosottopone per evitare le sanzioni previste. In caso di non accettazione del Voluntary Agreement, è la Uefa stessa a fissare un cronoprogramma di rientro dal debito che dovrà essere pedissequamente seguito dal club: questa procedura è chiamata Settlement Agreement.

Dopo vari mesi di contrattazione, l'Uefa – con una decisione per certi versi surreale – ha negato al Milan sia il Voluntary Agreement (bocciato lo scorso dicembre) sia il Settlement Agreement, respinto martedì scorso, rinviando la società alla Camera Giudicante del CFCB, dove potranno essere stabilite sanzioni di carattere economico, limitazioni sul mercato o addirittura l'esclusione dalle competizioni europee.

Il verdetto Uefa ha stupito perché, da quando esiste il meccanismo del Fair Play Finanziario, c'è sempre stata la concessione almeno del Settlement Agreement per i club incappati in violazioni delle regole finanziarie. Solo in un caso, una società russa non di primissimo livello, l'Uefa ha deciso di rimandare il club alla Camera Giudicante.

I club europei che fino ad oggi hanno sottoscritto un Settlement Agreement con l'Uefa sono 27 e tra questi vi sono anche le società italiane di Roma e Inter, che nella primavera del 2015 si sono impegnate con un accordo a rientrare nei vincoli del FFP entro un triennio, accettando un costante monitoraggio da parte dei controllori dell'Uefa, limiti ai movimenti sul calciomercato e alla crescita del monte stipendi e vincoli sportivi per l'utilizzo dei giocatori.

E' altrettanto vero, dall'altra parte, che in passato l'Uefa non ha fatto sconti nel sanzionare il mancato rispetto delle regole di bilancio, decretando l'esclusione dalle competizioni europee per ben 16 club che non avevano onorato i debiti nei confronti di altri club o non avevano rispettato gli accordi sottoscritti con il Settlement Agreement (il caso più noto è quello del club turco del Galatasary, escluso dalle coppe nel 2016). Ma mai, fino ad oggi, l'Uefa aveva negato a un club la concessione di un Settlement Agreement con cui definire il piano di rientro.

Lo ha notato con grande efficacia, in un’intervista a Tuttosport, l’avvocato Francesco Giuliani, partner dello Studio Fantozzi e tra i massimi esperti in diritto tributario e contenzioso tributario: “La Uefa ha mostrato una rigidità inusuale. A mio avviso, pesa quello che è il vero tema del contendere: la provenienza dei capitali con cui è stata acquistata la società. Non credo che l’Uefa possa nutrire dubbi concreti sulla possibilità di aggiustare i conti. Ma su chi siano i fantomatici acquirenti, questo non si sente in grado di saperlo”.

A prescindere dall'esito di questa intricata vicenda, l'anomala decisione dell'Uefa rischia di affossare l'immagine di un club di fama internazionale come il Milan e al contempo di infierire un duro colpo all'intero sistema calcistico italiano che (a fatica) cerca di tenere il passo dei Paesi concorrenti.

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