Processo mediatico e Litigation pr
15 Giugno Giu 2018 1553 15 giugno 2018

Breve storia del rapporto (altalenante) tra Cinque Stelle e corruzione

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Gli ultimi giorni sono stati segnati dai nove arresti e i sedici indagati coinvolti nell’inchiesta della Procura di Roma su un presunto caso di corruzione nell'ambito della variante del progetto dello “Stadio della Roma”, licenziato nel febbraio 2017 tagliando il 50% delle cubature rispetto al primo progetto. Alcuni degli inquisiti sono molto vicini al M5S (Luca Lanzalone, avvocato e Presidente di Acea, e Mauro Vaglio, presidente dell’ordine degli avvocati) o addirittura dirigenti del Movimento (il capogruppo pentastellato in Campidoglio Paolo Ferrara). Questa vicenda però è interessante per comprendere come nel mondo del M5S il rapporto con la corruzione cambi a seconda della persona, del partito coinvolti o della stagione politica in cui tali episodi accadono.

Com’è noto. il Movimento 5 Stelle ha fatto della lotta ai corrotti (o presunti tali) uno dei suoi cavalli di battaglia fin dai tempi del “Vaffa day”. Per anni Grillo, Di Battista, Di Maio e tutto l’apparato pentastellato hanno denunciato corruzione diffusa tra gli esponenti degli altri partiti. Giocando sulla diffusa logica colpevolista che pervade la società e che tende a non domandarsi se un’accusa sia fondata o meno, i Cinque stelle se sono all’opposizione parlano con violenza della corruzione (altrui), invocando al primo avviso di garanzia le dimissioni degli avversari politici e gridando con sistematicità allo scandalo.

Dal 4 marzo in poi, e soprattutto dall’entrata in scena del governo Conte, però, l’atteggiamento del Movimento verso la corruzione è fortemente cambiato. Il premier, all’indomani del giuramento del suo governo, il 2 giugno, ha dichiarato: «È sbagliato rappresentare l'Italia come un Paese di corrotti. Ci sono degli episodi di corruzione così come ce ne sono anche in altri Paesi». Poche parole, che servono al neopremier Conte per dare un segnale di tranquillità al Paese e ridimensionare il problema, conscio di essere ora dall’altra parte della barricata, ovvero al governo, e dover affrontare un tema certamente spinoso senza demagogia, secondo il principio di realtà. E la realtà ci dice che la corruzione italiana è in media con quella degli altri Stati europei, mentre a essere molto elevato è il livello di corruzione percepito dalla gente.

Quando però negli ultimi giorni è scoppiata la bomba sulla questione dello “Stadio della Roma” che, come accennato, ha coinvolto diverse personalità assai vicine ai Cinque stelle e al fondatore del movimento Beppe Grillo, che fu il principale sponsor di Lanzalone come consulente durante la creazione del progetto, la modalità con la quale i grillini hanno trattato il tema corruzione è nuovamente mutato.

Di fronte al caso che li vede pesantemente coinvolti, delude, insomma, il comportamento dei vertici pentastellati. Certo, c’è la richiesta di dimissioni (ottenute) dal presidente di Acea… e ci mancherebbe altro! Ma non c’è un vero e proprio esame di coscienza, una riflessione interna che porti gli esponenti del movimento che si propone di cambiare il modo di fare politica e di governare la nazione a dire: ci siamo sbagliati, non può esistere una superiorità morale di questa o quella forza politica, le mele marce sono ovunque, ecc…

Emblematico della pervicacia con la quale si nega una realtà di vicende giudiziarie che girano intorno al movimento fondato da Grillo, è il coinvolgimento di preclari esponenti Cinque Stelle, come il presidente dell’ordine degli avvocati della capitale, Mauro Vaglio, e degli altri uomini del M5S, così commentate dal sindaco Raggi: «Per la storia dello stadio, chi ha sbagliato pagherà. Noi siamo per la legalità». Un po’ poco, no?

Più di tutti, però, colpisce il presidente del Consiglio Giuseppe Conte – colui che si era definito l’avvocato degli italiani – che a distanza di dodici giorni dalla Festa della Repubblica ritratta nuovamente la posizione dei grillini rispetto ai fenomeni corruttivi e, per sminuire la vicenda “Lanzalone-Stadio-Cinque Stelle”, afferma: «Nel nostro Paese non esiste solo un caso Roma, ma un caso corruzione, sul quale dobbiamo stare sempre attenti».

La terza fase del movimento Cinque Stelle, quindi, non è più la prima, ovvero “Dagli ai corrotti!” e nemmeno la seconda “l’Italia non è corrotta”, bensì la terza: “Corruzione generalizzata del Paese”.

Che il governo del cambiamento si riduca a difendersi dicendo “mal comune mezzo gaudio” è veramente triste.

Riconosciamo al Movimento Cinque Stelle una sana sensibilità al tema dell’onestà nella gestione della cosa pubblica. Ottimo, bene, evviva. Si lavori però per un sistema privato e pubblico effettivamente trasparente, meno burocratico, più semplice, più ordinato e si abbandonino le crociate ideologiche, l’anticorruzione proclamata e non realizzata, gli agenti provocatori di reati, le intercettazioni inflazionate come nella Germania dell’Est e chi più ne ha, più ne metta. Si individui un punto di equilibrio tra le tre differenti versioni sulla corruzione rese nell’arco di due mesi. Perché, come diceva un Padre costituente, il vecchio Nenni, «a fare il puro, trovi alla fine sempre uno più puro che ti epura».

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