Processo mediatico e Litigation pr

25 Giugno Giu 2018 1155 25 giugno 2018

Le tre lezioni di Scajola e l’Operazione Lazzaro

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Claudio Scajola ha vinto nettamente il ballottaggio nella sua città, Imperia. Lo ha fatto contro tutto e contro tutti. I suoi concittadini lo hanno preferito agli altri candidati perché lo hanno giudicato nettamente superiore. D’altro canto, se in serie C scendono in campo Maradona, Maldini, Platini, Zico, la differenza si nota, eccome.

Scajola però non aveva solo competitor modesti (la piccolezza di un tale Lanteri, uomo buono per tutte le stagioni, si è vista durante tutta la campagna elettorale e ancora nei commenti rilasciati dopo la seconda sconfitta incassata) ma un enorme gigante da battere, il governatore Giovanni Toti. Un uomo che, per capacità e contingenze, aveva asfaltato i propri avversari di centro sinistra e centro destra (la sua stessa elezione al Parlamento europeo, il suo debutto elettorale, era stata giocata proprio contro Scajola e la sua corsa per Bruxelles).

E quindi? È accaduta una cosa importante, che in qualche modo segna la storia del processo mediatico in Italia. Questo Scajola, la cui carriera si era ingiustamente arrestata a 63 anni per la vicenda assai nota della compravendita di un appartamento vista Colosseo (dove è stato assolto con formula piena), ha subito una gragnuola di procedimenti giudiziari, di qualsivoglia natura. Dapprima raffigurato come l’emblema del malaffare, lui che dentro il suo partito aveva sempre rappresentato l’anima votata alla Politica e al suo primato, contro la logica degli affari, ha negli anni iniziato a inanellare proscioglimenti uno dopo l’altro.

Curiosamente Forza Italia, anziché costruire sopra il calvario di quest’uomo una battaglia politica contro i processi mediatico giudiziari, lo ha lasciato bordo campo, con anche talvolta qualche battuta infelice pronunciata da questo o quell’esponente politico.

Ma Scajola ha deciso di difendersi “nel processo”, non dal processo. In quasi otto anni di umiliazioni di ogni sorta, mai un tentativo di rinviare un’udienza, mai la richiesta di far saltare un procedimento dal rito ordinario, previsto per ogni cittadino, e di accedere al rito speciale del “tribunale dei ministri”, magari per inseguire una comoda prescrizione.

Scajola ha tenacemente professato la sua correttezza, comunicando con garbo e rispetto dell’autorità giudiziaria che, come chiunque, può commettere errori. Ha evitato il vittimismo, ha praticato nelle aule di giustizia, nei confronti dei pubblici ministeri (anche di gente tipo Woodcock), la stessa moderazione che predica in politica.

Alla fine, l’opinione pubblica, almeno quella della sua città – costretta dalla sua candidatura ad approfondire la sua dolorosa traversia – ha giudicato Scajola una vittima della giustizia e dello stesso processo mediatico.

È un modello di cura del processo mediatico e delle litigation pr che ha visto un perfetto allineamento di stile tra l’accusato, la line comunicativa interpretata e i suoi difensori, gli avvocati Elisabetta Busuito e Giorgio Perroni.

Si è rivelata efficace la scelta comunicativa di riepilogare, con “testa dura”, l’elenco puntuale dei procedimenti sempre conclusisi a favore dell’ex ministro, che ha impartito a tutti una triplice lezione: come uomo, come cristiano, come politico. E al quale è riuscita la ultima (?) e sicuramente decisiva battaglia, per sé, per la sua famiglia, per i suoi sostenitori e amici. Una battaglia – una vera e propria Operazione Lazzaro, anche sul piano reputazionale – che vede un Claudio Scajola pienamente resuscitato, concludere da vincente una vita entusiasmante condotta alternativamente tra la polvere e gli altari.

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