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21 Settembre Set 2018 1550 21 settembre 2018

Carige, quando il dilettantismo paga il conto

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L’esito dello scontro per il controllo di Banca Carige, andato in scena ieri, con la contrapposizione tra il fronte guidato da Vittorio Malacalza e quello raccoltosi intorno a Raffaele Mincione, mostra quanto pesino professionalità ed esperienza, al netto di un’epoca nella quale il dilettantismo sembra essere preferito alla competenza.

Malacalza ha trionfato prima ancora del voto finale, grazie alla capacità che ha avuto nei mesi scorsi, e ancora in queste ore, di guidare la lettura dei fatti inerenti Carige da parte della stampa e perché ha saputo ben scegliere i propri consulenti, in testa lo studio legale milanese Gatti Pavesi Bianchi.

È l’avvocato Carlo Pavesi che mette fuori gioco tre fondi che – riconducibili o meno alla Sgr di Mincione – avrebbero votato per il patto Volpi-Spinelli-Mincione. Poi la seconda e forse decisiva mossa: proponendo all’assemblea (e ottenendo) la riduzione del numero dei componenti del cda da 15 a 11, Malacalza riduce l’effetto del sistema proporzionale che avrebbe, diversamente, reso più equilibrato il confronto all’interno del board. Mincione, nel tentativo di recuperare, orienta una parte dei voti sull’altro "concorrente", Assogestioni, che però (apice di dilettantismo) non ha candidato neppure una donna. La normativa delle quote rosa avvantaggia così ancora una volta Malacalza (entra Lucia Calvosa) che chiude la partita non 6 a 5 ma 7 a 4.

Eppure, la giornata sembrava iniziata sotto buoni auspici per gli antagonisti di Malacalza con una intervista, obiettivamente efficace e di livello, rilasciata dal finanziere Raffaele Mincione che aveva saputo lanciare diversi messaggi, sia distensivi sia offensivi. In sintesi: pur colpito dalle decisioni della magistratura che ne avevano limitato la possibilità di crescere nell’azionariato, Mincione ha detto chiaramente «le sentenze si rispettano»; ha lanciato in modo elegante un segnale di autonomia rispetto alla politica e al governo che invece ha nei fatti sostenuto Malacalza; ha ribadito la fusione come necessità per banca Carige; ha saputo reagire, sia pure molto tardivamente, alle accuse di essere "unfit to lead" l’istituto e, anzi, ha rilanciato spiegando che all’estero è considerato «fit & proper»; ha denunciato, anche in questo caso fuori tempo massimo, le accuse, le critiche e le alzate di sopracciglio (ancora oggi presenti sul quotidiano dei liguri, Il Secolo XIX) nei confronti suoi e dell’ex ad, Paolo Fiorentino; ha attaccato Malacalza, sollevando un caso di potenziale conflitto di interesse da parte di quest’ultimo che potrebbe avere strascichi assai poco graditi e suonare come altolà nei confronti di chi ormai, non senza ragione, si sente padrone dell’istituto.

Intanto, il sentiero è sempre più stretto. Bankitalia e Bce hanno sempre meno pazienza; Carige deve presentare entro novembre il piano per il rafforzamento patrimoniale e realizzarlo alla velocità del lampo, entro fine anno. Inevitabile, a questo punto, un aumento di capitale. Ancora più stringente la necessità di emettere un bond subordinato del valore di 200 milioni per il riportare il Total capital ratio sopra i minimi regolamentari: un’operazione che Paolo Fiorentino aveva tentato cercando di superare il clima ostile di chi, oggi, ha la piena responsabilità delle scelte che verranno assunte. Sullo sfondo, infine, si ripropone la contrarietà di Malacalza per un’aggregazione della banca ligure con un altro istituto. Il nuovo vertice, Modiano, Reichlin e Innocenzi, sarà più fortunato dei precedenti? È tutto da vedere. Anche, ma non solo per questo, la partita per il destino di Carige è ancora aperta.

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