Processo mediatico e Litigation pr
11 Dicembre Dic 2018 1229 11 dicembre 2018

Vip e (ab)uso social dei figli

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Fino a qualche anno fa ci si preoccupava di bacchettare gli adolescenti sul loro uso distorto dei social, consigliando agli adulti un controllo costante dei cellulari di figli o nipoti. Adesso, invece, sembra che a fare notizia sia la condotta sfrontata dei genitori, che pubblicano assai spesso foto dei figli minorenni senza un consenso che, anche se accordato, potrà essere solo relativamente consapevole.

A creare parecchio scalpore, alcuni mesi fa, è stata la sentenza del Tribunale di Roma che ha dapprima intimato alla madre di un ragazzo 16enne di rimuovere da Facebook gli scatti che ritraggono il figlio e poi le ha fatto una multa salatissima di 10 mila euro per non aver rispettato l’ordine. Il riferimento giuridico che ha portato alla decisione del giudice è contenuto nell’articolo 96 della legge sul diritto d’autore che vieta la circolazione di foto e video di una persona senza il suo esplicito consenso, salve eccezioni. Senza contare, inoltre, che i minori godono di una tutela rafforzata conferita dall’articolo 16 della Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989.

Ordinanze e sentenze, però, sembrano non fermare la condivisione compulsiva, che pare diventata ormai una dipendenza chiamata “sharenting” (nata dall’unione di “sharing” e “parenting”) che indica la diffusa tendenza dei genitori a pubblicare senza sosta le immagini dei loro pargoli: dal primo allattamento al bagnetto o durante le vacanze in famiglia, tutto viene visto attraverso la lente dei social e magari patinato da un bel filtro Instagram. I bambini vengono esibiti come trofei e messi in vetrina per essere ammirati senza pensare che – magari – meritino anche loro un po’ di privacy. Questo è almeno lo spirito che ha animato il dibattito deontologico degli operatori della comunicazione e dell’informazione negli ultimi 30 anni, basti pensare all’approvazione da parte dell’Ordine dei giornalisti della Carta dei doveri che, appunto, impone di rispettare «i principi sanciti dalla Convenzione ONU del 1989 sui diritti del bambino e le regole sottoscritte con la Carta di Treviso per la tutela della personalità del minore, sia come protagonista attivo sia come vittima di un reato. In particolare (il giornalista, N.d.R.):

a) non pubblica il nome o qualsiasi elemento che possa condurre all'identificazione dei minori coinvolti in casi di cronaca;

b) evita possibili strumentalizzazioni da parte degli adulti portati a rappresentare e a far prevalere esclusivamente il proprio interesse;

c) valuta, comunque, se la diffusione della notizia relativa al minore giovi effettivamente all'interesse del minore stesso».

Fatte queste premesse si può affermare, dunque, che lo “sharenting” sia prerogativa dei genitori del nuovo millennio. Ma il fenomeno, di per sé criticabile e perseguibile, è solo un granello di sabbia di una polemica che va ben oltre e mette sul banco degli imputati la categoria delle celebrities.

Partiamo dall’assioma fondamentale: i figli dei vip non hanno bisogno di faticare per diventare influencer, lo sono già prima di venire al mondo. A dimostrarlo, sono le numerose pagine create ad hoc dai fan dei genitori ancor prima di nascere. La logica prosecuzione sarà quella da bebè sempre in vista, anche perché oggetto di una strategia di comunicazione che inizia con la prima foto, fin dal reparto di ginecologia, dove lo scatto tra le braccia della madre sarà ciò che suggellerà il battesimo “social”: decine di milioni di interazioni tra like, commenti ed emoji fantasiose arriveranno a iosa per omaggiare il neonato, inconsapevole di essere più o meno globalmente ammirato.

Venendo alle testimonianze pratiche di questa moda, derivante da una cultura che non conosce e riconosce alcun limite, è interessante citarne alcune.

La più seguita di tutte è Alexis Olympia, primogenita della tennista Serena Williams e del co-fondatore di Reddit Alexis Ohanian, che ha raccolto ben 511 mila follower in un solo anno (di vita).

E quest’anno i riflettori del “Truman Show” sembrano essersi accesi anche su un altro baby vip, Leone, figlio di Chiara Ferragni e Fedez. Per il suo account Instagram sembra essere solo una questione di tempo, visto che è già il protagonista indiscusso di immagini e storie sui profili dei genitori.

Poi c’è Santiago, il primogenito di Belén Rodriguez e Stefano De Martino, che dal 9 aprile 2013, anno della sua nascita, non passa giorno in cui non venga immortalato con foto e video. Quali le conseguenze? si domanda il padre che, in un’intervista al settimanale “Oggi”, sembra fare marcia indietro sull’esposizione mediatica del piccolo: «Sono stato contento di condividere un amore grande come quello per mio figlio, ma ultimamente ci siamo dati delle regole. La gente per strada riconosce Santiago anche quando non ci siamo noi e la cosa mi spaventa. Vorrei fosse lui, un domani, a scegliere se vivere o meno la mediaticità della sua famiglia, non è giusto imporglielo».

Dell’idea opposta sembrano essere Mariano Di Vaio ed Eleonora Brunacci, genitori di Leonardo Liam e Nathan Leone. La moglie del famoso modello e imprenditore, infatti, gestisce due pagine Instagram dedicate ai figli. E se il fratello maggiore, Nathan Leone, ha già collezionato 230mila follower che interagiscono giornalmente sotto gli scatti che lo ritraggono in un momento di coccole con il papà, mentre fa le smorfie o con la bocca sporca di gelato, Leonardo Liam – nato il 19 giugno – ne ha già 44mila. Il più piccolo segue gli account dei genitori e del fratello più grande che, invece, predilige noti marchi d’abbigliamento per bambini. E indossa i loro capi, inevitabilmente.

Si riconduce tutto a una questione di business. Intorno alla nascita di un bambino ruota infatti un mondo fatto di brand ed eventi speciali. Negli ultimi anni il marketing che coinvolge i piccoli è diventato quello più redditizio, tanto che sono sempre di più le celebrities che mettono i propri figli alla mercé dei “mi piace”, sottovalutando non solo l’aspetto potenzialmente nocivo dell’esposizione di un minore al pubblico in rete – l’adultizzazione, la sessualizzazione e un infinito materiale in mano a chiunque – ma anche l’inconsapevolezza di un bambino che non ha ancora sviluppato le capacità cognitive né emotive per capire cosa stia facendo mentre viene fotografato intento a pubblicizzare volente, nolente, più o meno gratuitamente, un abitino griffato.

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