Processo mediatico e Litigation pr
27 Febbraio Feb 2019 1445 27 febbraio 2019

Medico-paziente. È cambiato il rapporto ma non la comunicazione

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Nell’articolato rapporto medico-paziente, in questi anni è fortemente cambiato il modo di rapportarsi, ma incredibilmente non la comunicazione e, ancora oggi, nonostante le spinte «No Vax», le forme di auto-cura che passano per blog e forum più o meno scientificamente fondati, i medici continuano pervicacemente a mantenere un’ostinata resistenza a modificare e migliorare il proprio modo di comunicare, persino con ciò rischiando di incorrere in responsabilità penali nell’esercizio della loro funzione.

Basta entrare in un ospedale per ascoltare giustificazioni mirabolanti per ritardi e scelte organizzative assurde, che nulla hanno di scientificamente rilevante, o cartelli strampalati come quello recentemente visto in un ospedale della Capitale, che recitava a proposito di orari e modalità di ingresso dei parenti dei pazienti: «Non rispondiamo di persone che si introducono in reparto fuori orario e senza autorizzazione». Ah sì? Dunque se vi fosse un incidente fuori dell’orario di visita, con questo cartello la direzione generale dell’ospedale si riterrebbe manlevata da responsabilità? Lo stesso avverrebbe anche nel caso in cui a introdursi fosse un malintenzionato? Simili affermazioni e simili toni non hanno alcun significato, valgono meno delle grida manzoniane e sono lesive dell’immagine della struttura sanitaria, in un’epoca in cui la relazione tra ‘camici bianchi’ e pazienti è fortemente cambiata: da affidamento pressoché fideistico nei confronti del ‘dottore’ a messa in dubbio costante dell’attendibilità del professionista.

Nell’ottobre 2018, Tiziana Siciliano (procuratore aggiunto a Milano) ha segnalato l’impennata di denunce nei confronti dei medici, spiegando anche che solo nel 20 per cento dei casi esse portano a condanna definitiva.

Il risultato, come sappiamo, è la cosiddetta medicina difensiva, prassi ereditata dagli ospedalieri dai loro colleghi medici di base: per minimizzare il rischio di errore o di contenzioso, aumentano a dismisura i pareri, gli esami, le terapie complementari. Tutto ciò ha un costo per il servizio sanitario nazionale e finisce col confermare un meccanismo inefficiente e dunque costoso senza risultare adeguatamente efficace.

La relazione tra pratica medico-chirurgica, profili giuridici e comunicativi è, in questo quadro, stupefacentemente sottovalutata, delicata e decisiva.

Il legislatore, per propria parte, si era mosso già nel 2012 con il decreto Balduzzi per ridurre l’alea di indeterminatezza tra lecito e illecito. La normativa escludeva la responsabilità penale in presenza di comportamenti ottemperanti le linee guida o le best practice codificate, ma si scontrava – nell’applicazione ai casi concreti – con la difficoltà di distinguere colpa lieve e colpa grave e poneva interrogativi non di facile risoluzione circa l’adattamento non soltanto ai casi di imperizia, ma anche a quelli di negligenza e imprudenza.

Nel 2017, la legge Gelli è di fatto venuta in soccorso dei professionisti, stabilendo che se l’evento è causato da imperizia, il rispetto delle linee guida o l’assenza di esse e di buone pratiche applicabili al caso, diventa causa di non punibilità. La Cassazione ha ulteriormente perimetrato i confini a dicembre 2017: il sanitario risponde solo per colpa grave se lesioni o morte sono frutto di imperizia nell’eseguire le linee guida e le buone pratiche, mentre nel caso di negligenza o imprudenza/ imperizia in assenza di linee guida o buone pratiche o di imperizia nella scelta delle ultime, il sanitario risponde anche per colpa lieve.

Tutto chiaro? Fino a un certo punto. Perché il rischio di contenzioso si riduce solo e soltanto investendo nella formazione alla comunicazione, nella stesura di precise, dettagliate e corrette cartelle cliniche, in un modo comprensibile di riferire a pazienti e parenti lo stato di salute, le modalità di intervento o terapia e i loro effetti, in un effettivo ‘consenso informato’, in un corretto modo di lavorare in equipe, mostrandosi non divisi di fronte al paziente ma rispettosi della professionalità dei propri colleghi, pur operando nell’interesse esclusivo della salute dei pazienti.

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