Taccuino al buio
5 Giugno Giu 2018 1731 05 giugno 2018

Marco Ferreri, il gran veterinario

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Alberto Alfredo Tristano

Si diventa forse quel che s’è imparato: e certo questo vale per Marco Ferreri, il gran veterinario, a cui il Bari International Film Festival 2018 ha meritoriamente dedicato una completa retrospettiva, arricchita anche da ulteriori materiali che disaminano la carriera del geniale milanese. Basta scorrere alcuni titoli della sua acrobatica carriera: “La donna scimmia”, “Una storia moderna: l’ape regina”, “La cagna”. Animali. Materia di lavoro per un veterinario, quale Ferreri avrebbe dovuto diventare se dagli studi universitari non fosse stato distratto dal cinema. Animali. Ma non da studiare, non da osservare. Animali da curare. Malgrado il cinismo, esibito troppo per essere vero e non risultare piuttosto una manifestazione scrosciante di autenticità, il cinema di Ferreri alla lunga distanza appare più distintamente come un’operazione medicale, un piano di guarigione, un intervento curativo.

Ma quali sono le malattie che affliggono l’animale-uomo? L’attitudine nerissima al grottesco in Ferreri potrebbe suggerire che si tratti dei mali sociali, quelli prodotti da una comunità che ha in sé i germi della distruzione: l’arrivismo, l’egoismo, la sopraffazione, il consumismo. E in parte è vero, almeno in quella parte più immediata che s’offre alla visione. Forse però un veterinario ha fin troppo chiaro quanto l’istinto giochi nelle azioni: sicché il gioco pulsionale dei feroci personaggi, quest’indole profonda che doppiamente corre verso l’aggressione e l’annientamento (verso gli altri, verso di sé), possiede una sostanza che è molto più vasta per essere contenuta in una descrizione sociologica, antropologica, psicologia dei comportamenti e delle strategie, è qualcosa che afferisce e infierisce sulla carne nuda dello stare al mondo, in termini straordinariamente individualistici che appaiono talvolta persino insopportabili al punto da aver scatenato le forbici della censura su molti dei suoi montati perché venissero rimontati: è particolarmente indicativo il caso dei tre finali esistenti della “Donna scimmia”, forse il capolavoro assoluto di Ferreri, mostrati all’ultima Mostra del cinema di Venezia dove è stata presentata la copia restaurata: lei, la donna scimmia, che muore nel letto d’ospedale; lei che viene sfruttata anche dopo morta, imbalsamata, in un carrozzone dall’addobbo fascio-coloniale; lei che è diventata apprensiva moglie e madre…

Questo, dunque, appare Ferreri: uno scienziato, per quanto la medicina sia una scienza non esatta, che procede per approssimazioni, per empirismi, per verifiche, per prove, per differenziazioni di reazioni. Ma egli resta pur sempre uno scienziato, con l’occhio proteso sull’animale uomo criticat-amato, secondo un metro sentimentale di studio dettato da una sorta di “geometria interiore”, come Ferreri stesso chiama quell’attitudine personale al racconto, a metà tra il metodo e il campo d’analisi. Geometrie: volumi, linee, rapporti tra elementi. Un’architettura dei sentimenti e degli istinti che si sostanzia, come osserva Jean Gili nel catalogo del festival barese, con un’attenzione particolare ai set, agli ambienti scenografici, con le strutture razionaliste di Sabaudia e Latina in “Storia di Piera” o le Parigi di “Non toccare la donna bianca” e “I love you”, capaci di diventare spazi indimenticabili, non inediti eppure come inventati apposta per le storie ferreriane che vi si svolgono.

Tre documentari su Ferreri sono stati presentati a Bari: “Marco Ferreri. Il regista che venne dal futuro” di Mario Canale, “Irriverente Ferreri” di Maite Carpio, “La lucida follia di Marco Ferreri” di Anselma Dell’Olio. Assolutamente consigliati, per l’abbondante materiale che offrono, a chi volesse approfondire la figura del regista. Però forse tutti e tre manchevoli o devianti: il primo, il cui titolo significa quasi nulla nella sua genericità, insiste su un certo cinismo, specie quello degli ultimi anni di vita e di lavoro, dipingendo troppo parzialmente la sua figura; quanto alla “irriverenza” di cui parla il secondo, con essa si riduce il regista a una sorta di tondo Giamburrasca ispano-meneghino; infine quella “lucida follia”, ossimoro il cui abuso probabilmente avrebbe meritato tutti gli strali possibili dello stesso Ferreri, se introduce la giusta presenza della lucidità, indugia sulla follia, attribuendo il male (ma è poi follia la sostanza del cinema di Ferreri?) a colui che lo sta diagnosticando. Perché a pensarci l’unica cosa davvero stravagante tanto da apparire folle è la parlata di Ferreri, che risuona cantilenante e acida da molti bellissimi inserti di repertorio: una parlata romanesca con accento milanese, qualcosa di mai sentito perché inesistente in natura, una vivisezione linguistica che solo un veterinario, esperto perciò anche d’ircocervi, avrebbe potuto sintetizzare nel laboratorio della sua bocca, nell’eloquio distratta dalla – immaginiamo – pirotecnica, forse nevrotica, pantagruelica occupazione del mangiare… In ogni caso, lo ripetiamo, si tratta di tre luci su un autore che appare davvero come il grande rimosso tra gli autentici maestri della nostra cinematografia.

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