Taccuino al buio
18 Giugno Giu 2018 1335 18 giugno 2018

I giovani favolosi

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Alberto Alfredo Tristano

Il giovane favoloso è ben più che il titolo di un suo film: è forse calzante definizione della biografia professionale di Mario Martone. Sono assai pochi gli esempi nella recente storia delle arti dello spettacolo italiano di autori che giovani, giovanissimi, addirittura minorenni irrompono sulla scena autoriale: Martone lo fece nel 1977 con i primissimi spettacoli di performance, ancor prima di fondare i Teatri Uniti. L’occasione di valutare una carriera ormai quarantennale deriva da numerosi omaggi che a Martone vengono giustamente resi, nel vivo di un'attività che negli anni s'è fatta sempre più eclettica, incrociando il seminale teatro, il videoteatro, il cinema di finzione, il documentario, l’opera lirica, senza più confini nazionali, innestandosi su magisteri artistici del livello di Claudio Abbado o Riccardo Muti.

“Il cinema è sempre stato la matrice principale”: Martone ha spiegato così, nella masterclass tenuta al Bari International Film Festival lo scorso 25 aprile, la sostanza fondatrice della sua produzione. Nella quale è diventato centrale il discorso sulla gioventù. S’è detto del precoce suo affacciarsi sulla scena, in una Napoli laboratorio-fornace di conflitti sociali come di suggestioni polivalenti, al punto che Martone ha indicato quale riferimento tra i principali della sua formazione da autodidatta gettatosi nel mare aperto dell'arte Lucio Amelio, che non era né regista né attore né drammaturgo, ma gallerista assolutamente geniale, capace di intessere rapporti, da Napoli apparente periferia, con il massimo dell’arte contemporanea. E’ interessante notare come Martone si sia appropriato della gioventù avanzando negli anni: esordì nel cinema con Morte di un matematico napoletano, film sul geniale Renato Caccioppoli, suicida di mezza età nella metropoli laurina. Era il 1992; oggi Martone parla quasi solo di giovani. Il Leopardi marchigiano “ferito a morte” da Napoli, dove esalò dopo aver scoperto finalmente la vita vera. Gli arditi del nostro Risorgimento in Noi credevamo. Tra un po’, forse alla prossima Mostra di Venezia, si vedrà Capri: Batterie, storia ambientata sull’isola azzurra ai primi del Novecento: tutti gli attori hanno meno di tren’anni. Perfino nel regolare i conti con Eduardo, per la prima volta portato in scena in quarant’anni di attività con Il sindaco del Rione Sanità (in tour trionfale per l’Italia; visto al Teatro Argentina di Roma) Martone piega il testo e il principale personaggio, Antonio Barracano, per farne, da uomo assai maturo che era, un giovane boss del quartiere, coetaneo contemporaneo dell'erede Savastano di Gomorra, in una flessione anagrafica che è forse troppo violenta poiché la giovane età acquisita non spiega più le scelte, dettate anche da una maturità d’anni, d’esperienze, di sconfitte, di contesto (di chi, per dire, potrebbe avere non solo figli ma anche nipoti piuttosto grandi), che avvengono nell’ultimo atto del bellissimo testo eduardiano. In ogni caso, un Eduardo nuovo, brillante, fluidissimo. Peraltro nella carriera di Martone promette di aprirsi un ampio capitolo Eduardo, visto che è al lavoro su una serie tv che racconterà l’avventurosa, romanzesca vita familiare degli Scarpetta-De Filippo.

Al “giovane favoloso” Martone il Museo Madre di Napoli ha dedicato un allestimento sui suoi primi quarant’anni d'arte. Una mostra che rilancia la natura intimamente cinematografica della sua arte perché concepita come uno spazio buio che è sala cubica, con una platea centrale quadrata piena di sedie girevole, circondata da quattro schermi dove scorre, con contemporanee proiezioni temporalmente sfalsate, un medesimo flusso cinematografico di nove ore che raccoglie punti e momenti della sua sterminata carriera. Leopardiano, verdiano, ottocentesco, risorgimentale, operistico, e insieme contemporaneo, capace di far colloquiare Eduardo con il rap, anzi con la trap napoletana nel Sindaco, forse primo scopritore del fenomeno oggi globale Elena Ferrante da cui trasse il notevolissimo L’amore molesto oltre vent'anni fa, Martone è oggi senza dubbio ai vertici dell’arte registica italiana, forse non abbastanza considerato nel suo status apicale per una mancanza di pose autopubblicitarie, per una attività multidisciplinare che lo rende sfuggente agli incasellamenti burocratici, per una ritrosia rispetto alle polemiche, alle tendenze, alle attualità, lui così apparentemente inattuale.

La sua ossessione per i giovani favolosi promette di continuare. Ne ha parlato alla masterclass barese, dove ha rivelato anche un’abitudine professionale che nel cinema lo designa una volta di più come allievo rosselliniano dei più convinti e coerenti: “La sera prima dell’inizio di ogni film faccio vedere ai miei più stretti collaboratori un film che scelgo e che in qualche modo può offrire un’ispirazione o una suggestione per l’opera che stiamo per realizzare. Prima di Morte di un matematico napoletano, feci vedere Il giudizio universale. Prima di L’amore molesto, scelsi Viaggio in Italia. Prima di Teatro di guerra, ci fu La regola del gioco. Prima de L’odore del sangue avrei voluto far vedere Ecco l'impero dei sensi ma la proiezione saltò e infatti il film fu un fiasco… Ritornai alla vecchia abitudine per Noi credevamo con Vanina Vanini. Prima di Il giovane favoloso, decisi per Un angelo alla mia tavola. E infine prima di girare Capri: Batterie, ho fatto vedere non uno ma tre film: Il miracolo, Zabriskie Point e Il disprezzo”.

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