14 Settembre Set 2018 1454 14 settembre 2018

Perché Giordano Bruno fu messo al rogo

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Una fiamma che da più di quattrocento anni commuove e a riscalda i cuori e le menti di generazioni di uomini, quella Giordano Bruno, filosofo, scrittore, e soprattutto sacerdote domenicano, le cui convinzioni lo furono fonte di atteggiamenti avversi da parte della Chiesa, dei luterani, dei calvinisti e degli anglicani.

Un uomo che aveva aperto nuove frontiere del pensiero in tutta Europa, e che è stato per anni, con le proprie idee, fonte di ispirazione di grandi personaggi.

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Giordano Bruno, il pensiero

Nato a Nola nel 1548, Giordano Bruno entra nel convento di San Domenico Maggiore alla sola età di 17 anni. La dottrina e la teologia del giovane sacerdote domenicano si scontrano sin da subito con quanto professato dalla fede cattolica.

Inizia così il suo lungo peregrinare attraverso la Svizzera, la Francia, l’Inghilterra e la Germania, dove per farsi ascoltare scrive; tra il 1582 ed il 1591 elabora infatti diversi testi, considerati rivoluzionari per quel periodo, contenenti concetti formulati sia nel latino del pubblico accademico che nel volgare della lingua parlata. Al centro della riflessione bruniana vi è la nozione di infinito. Il frate domenicano critica il geocentrismo e nega le teorie aristoteliche di un cosmo composto da sfere cristalline concentriche.

Allo stesso tempo non appoggia nemmeno completamente la teoria eliocentrica copernicana: l’universo infatti, secondo Bruno, è infinito, disordinato, senza centro, costituito da infiniti mondi e infiniti sistemi solari.

Bruno scardina anche la teoria della creazione, sostenendo che la materia non è opera di Dio, perché la divinità stessa è dentro di essa. Al contrario della divinità cristiana, dunque, Bruno parla di un Dio-Natura che non si limita alla sola creazione, bensì si manifesta in modo incessante all’universo, suo specchio e ritratto.

Una mente libera che andava a cozzare con il controllo delle coscienze che la Chiesa pretendeva allora di avere. Ed era proprio la sua libertà a far paura. Una paura che lo stesso Bruno rinfacciò ai suoi giudici nel momento stesso in cui gli fu letta la sentenza di morte con le seguenti parole:

“Forse con più timore pronunciate questa sentenza contro di me – disse – di quanto ne provi io nell’accoglierla”.

Giordano Bruno, nelle mani del Sant'Uffizzio

Il processo a Giordano Bruno, sostenuto dall’inquisitore Bellarmino (lo stesso che processò Galileo Galilei), prese le mosse da due denunce di Giovanni Mocenigo, patrizio veneziano, dall’assunzione di diverse altre testimonianze, ma soprattutto dalle svariate pubblicazioni, ad opera del frate domenicano.

Tale processo, che ebbe luogo a Venezia, presentava due sole vie di salvezza: o dimostrare di non aver mai professato le opinioni imputate, o abiurarle. Ma Giordano Bruno non scelse né l'una né l'altra: affrontò il processo con lo stesso spirito che aveva caratterizzato le sue lunghe battaglie, scegliendo di morire piuttosto che abiurare.

Accusato di eresia, di aver espresso opinioni non conformi a quelle della Chiesa, e di aver dubitato dell'ortodossia del pensiero religioso ufficiale, fu dunque incarcerato dal Sant’Uffizio (la congregazione a difesa della fede fondata da papa Paolo III nel 1542) e condannato ad essere arso vivo.

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Giordano Bruno, la morte

Nella fredda mattina dell'8 febbraio del 1600 ebbe luogo la pronuncia della sentenza di condanna. Nove giorni dopo Giordano Bruno venne così condotto in Piazza Campo de’ Fiori, legato ad un palo, denudato, e sottoposto anche all’estremo supplizio della “mordacchia” (uno strumento applicato alla bocca del condannato, che gli impediva di proferire qualsiasi parola), mentre veniva bruciato sul rogo. Le sue ceneri vennero poi gettate nel fiume Tevere.

Sul luogo dell'esecuzione si trova oggi un monumento, realizzato nel 1889 da Ettore Ferrari, ritraente un Giordano Bruno con lo sguardo rivolto verso il basso e le mani incrociate che stringono un libro.

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