Italia, troppe regole e poca concorrenza: così si perde competitività

Redazione

Italia, troppe regole e poca concorrenza: così si perde competitività

Presentato a Roma uno studio dell’Università di Pescara. Il nostro Paese ha parecchi problemi: tra i settori più colpiti quello dei tabacchi e dei giochi.

21 Giugno 2019 16.23
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Un’Italia poco competitiva è la conseguenza di una scarsa concorrenzialità dei suoi mercati. Regolamenti e tutela della concorrenza devono raggiungere un equilibrio per generare più crescita e sviluppo. Sono le conclusioni dello studio di Marco Spallone, docente dell’Università di Pescara e vicedirettore del Casmef (Centro Arcelli per gli Studi Monetari E Finanziari della Luiss), sulla concorrenza dei mercati regolati in Italia, presentato a Roma insieme all’ex presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, durante l’evento “Il Trade off tra concorrenza e regolazione in Italia”.

IL CONFLITTO D’INTERESSI DELLO STATO

Lo studio di Spallone pone l’accento su un «potenziale conflitto d’interessi» per lo Stato. Infatti, da una parte interviene per tutelare il cittadino attraverso regolamenti che limitano i mercati, dall’altra, però, deve salvaguardare la libera concorrenza. E quindi l’autore dello studio si pone una domanda: «La regolamentazione deve considerarsi prioritaria rispetto alla promozione della concorrenza oppure sarebbe più opportuno contemperare gli obiettivi della regolazione alla tutela della concorrenza»?

IL PROBLEMA ITALIANO: TROPPE REGOLE E POCA CONCORRENZA

Al momento, sottolinea lo studio, in Italia c’è «un’intensa regolazione dei mercati» che va a «discapito della concorrenza» e ha «forti e drammatici impatti negativi sulle competitività». A tal punto che il Global Competitiveness Report 2018 del World Economic Forum mette l’Italia al 31° posto nel livello di complessivo di concorrenza ma totalizza punteggi relativamente più bassi rispetto alla posizione raggiunta nella sezione dedicata ai mercati. Inoltre, scendiamo al 97° posto nella valutazione sugli effetti distorsivi di incentivi e tassazione, al 60° posto per il livello di competizione nel settore dei servizi e al 112° posto nella complessità delle tariffe.

E se i troppi cavilli, regolamenti e ostacoli non fanno bene alla competitività di un sistema Paese, la stabilità delle regole è altresì determinante: «le numerose proroghe e deroghe» minano la chiarezza normativa e contribuiscono ad alimentare «una percezione negativa» dell’Italia.

ALLARME CONCORRENZA PER TABACCHI E GIOCHI

Anche in altri mercati fortemente regolati, recenti decisioni «sembrano suggerire scarsa attenzione da parte delle agenzie pubbliche verso il tema della concorrenza». Lo studio cita, come esempio, il settore dei tabacchi e quello dei giochi. Nel mercato dei tabacchi, si legge, «si sono mantenuti significativi margini di discrezionalità su una delle tre componenti della tassazione che, di fatto, favoriscono l’ulteriore consolidamento» dell’operatore «da sempre dominante» nel comparto dei prodotti tradizionali, come le sigarette, e anche nei prodotti innovativi a rischio ridotto. Mentre nel settore dei giochi «la regolamentazione rimane intensa, basata su un regime concessorio e frammentato in comparti che sono solo apparentemente contigui». Per Spallone, in questo caso, «sarebbe opportuno un approccio molto più prudente in termini di tutela della concorrenza, atto ad evitare l’insorgere di posizioni dominanti o eventuali concentrazioni».

Una situazione che porterebbe dei rischi, anche in comparti specifici, come le lotterie, «sia per la crescita del mercato, sia per la tutela del consumatore». Una «maggiore attenzione ai temi concorrenziali da parte delle agenzie pubbliche», consentirebbe di non rinviare tutto alle decisioni dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, e di guadagnare «in efficienza, riducendo inoltre il rischio di conflittualità istituzionale, fortemente nociva per lo sviluppo dei mercati».

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