Ripartiamo dalle domande, non dalle risposte

Paolo Lanaro
02/05/2020

La quarantena sta per terminare, ma la circolazione del virus prosegue. Ci siamo riscoperti fragili e pieni di dubbi. Proprio a quelli dobbiamo guardare per la ricostruzione dell'Italia post Covid-19. Pensieri e riflessioni di Paolo Lanaro.

Ripartiamo dalle domande, non dalle risposte

Quale potrebbe essere il pittore in grado di interpretare meglio la situazione che stiamo vivendo? Picasso, con i suoi volti sghembi e deformati? De Chirico con le piazze riempite soltanto da un silenzio ancestrale? Morbelli con le sue visioni dolenti di refettori e di donne prostrate? Andy Warhol con una Marylin Monroe provvista di mascherina? Bacon con i suoi personaggi dilaniati da smorfie e ghigni? Ogni artista traduce il suo tempo in qualcosa che poi resta come l’atto di una visione universale che ha saputo scavalcare la contingenza e la morte.

Le sciocchezze colossali di Trump sono state spesso condonate in base all’idea (deboluccia) che rispondessero a una strategia comunicativa, anche se non è mai stato spiegato a quale strategia si potrebbe riferire il farsi vedere stupidi. Ma quando il presidente americano ha invitato a disinfettare i malati di Covid-19 con iniezioni di candeggina o di altri prodotti igienizzanti si è capito che la stupidità non è una maschera che si indossa saltuariamente per qualche oscuro motivo, ma un dono sgradevole della natura che alcuni ricevono e altri no.

SIAMO FRAGILI, NON ONNIPOTENTI

La specie si evolve, con le sue fermate e i suoi arretramenti naturalmente. Il Dio che ha fallito, un tempo era il comunismo. Oggi si può dire della globalizzazione. Un mondo interconnesso e percorso in lungo e in largo da miliardi di persone si è rivelato un mondo fragile. Non è che gli imperi dell’antichità lo fossero meno, ma la fragilità di oggi contrasta in modo clamoroso con la sensazione di onnipotenza trasmessa dalle tecnologie digitali. È bastato un virus, che ha un diametro di circa 20 nanometri (un nanometro è un milionesimo di millimetro) ed è cento volte più piccolo di un batterio, per inceppare la gigantesca macchina produttiva mondiale. Nella lotta tra il piccolissimo e il super-grande prevale il piccolissimo. Tutto ciò che è grande si muove con lentezza, con difficoltà, con una enorme dispersione di energia. Ciò che è piccolo non ha quasi bisogno di nulla per insinuarsi dovunque, per moltiplicarsi, per attraversare il globo con la propria stupefacente adattabilità.

RIPARTIRE DALLE DOMANDE

Ferve la discussione: dopo il virus l’Italia sarà migliore o peggiore? I due termini sono relativi. Bisogna capire rispetto a che cosa. L’Italia repubblicana e democratica è stata di gran lunga migliore dell’Italia fascista. L’Italia del dopo-virus sarà probabilmente un’Italia impoverita, indebitata, forse ancora più spoliticizzata di quanto non sia già oggi. Ma allora si vedrà anche se ci sono le energie, il coraggio, il civismo, la lungimiranza. Possiamo partire da questo: chiederci perché non abbiamo i medici che ci servono, perché le Poste funzionano male, perché abbiamo un numero sbalorditivo di evasori fiscali, perché la scuola è una priorità solo a parole, perché per avere una sentenza da un tribunale bisogna invecchiare, perché abbiamo più telefonini che abitanti, perché sappiamo come si fa il denaro e poi lo spendiamo nei modi più indecenti. Insomma ripartiamo dalle domande. Che sono molte. E non dalle risposte, che sono quasi inesistenti.

Siamo nel 1790. Xavier De Maistre, fratello minore del cattolicissimo e ultrareazionario Joseph, è un ufficiale di stanza a Torino. Succede che, a causa di un duello, viene messo agli arresti domiciliari per 42 giorni. Che cosa fa De Maistre? Decide di scrivere un libro e di intitolarlo Viaggio intorno alla mia camera. Sono 42 capitoli, uno al giorno, in cui il giovane franco-piemontese descrive il suo piccolo cosmo privato fatto di letture, stampe, mobili, oggetti, buffe passeggiate nella stanza, ricordi, sensazioni. Il libro di De Maistre è molto citato in tempi di quarantena, ma le condizioni sono radicalmente cambiate. Primo: le camere oggi hanno dimensioni molto più ridotte. Secondo: l’isolamento necessario alla scrittura è minimo. Terzo: i mobili sono tutti Ikea e non ha senso raccontarli perché si trovano già nei cataloghi. Quarto: i mezzi di comunicazione, dal telefono all’i-pad al computer, permettono di connettersi a mezzo mondo. Quinto: il collaboratore domestico (il vecchio Ioannetti per De Maistre) è stato allontanato per timore del contagio. Sesto: esiste ancora un’interiorità? Settimo: e se esiste, non è più semplice Twitter? (Da aggiungere poi che il reato di sfida a duello, giudicato anacronistico, è stato abrogato e che qualora uno insistesse a sfidare un altro verrebbe punito non coi domiciliari, ma con una semplice multa di una cinquantina di euro). Jannacci aggiornato: Quelli che con una bella dormita passa tutto, anche il Coronavirus…oh yeahh!

NON È LA MESSA CHE FA UN BUON CRISTIANO

L’oltranzismo religioso procura danni non solo spirituali, ma anche sanitari. Vedi New York dove è dovuto intervenire il sindaco in persona per disperdere una folla di ebrei ortodossi che si era accalcata per seguire i funerali di un rabbino. La CEI insiste col governo perché riprendano le messe. Qualche Presidente di regione, per motivi di mera speculazione politica, appoggia la richiesta. Mi viene in mente mia madre che aveva un forte sentimento religioso. Arrivata al punto di non poter più uscire di casa per l’impegno fisico che la cosa comportava, seguiva la messa in televisione, pregava e rispettava scrupolosamente i comandamenti. Ogni tanto il bravo parroco del suo quartiere le portava la Comunione a domicilio. Io la penso felice lassù nel suo Paradiso,anche se ha saltato molte funzioni domenicali, premiata per l’altruismo, l’empatia, la moralità, l’osservanza interiore dei principi. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». Sono parole di Gesù Cristo, mica di uno qualsiasi. Dovrebbe bastare, credo, per essere dei buoni cristiani.

LA DIFFERENZA TRA NOI E IL VIRUS

Il racconto dei tempi del contagio procede attraverso diari, analisi, commenti, mail, interviste, vignette, sermoni, dialoghi (a distanza), saggi, novelle. L’intera gamma delle possibilità letterarie è stata mobilitata per descrivere le imprese di uno sciocco, subdolo, alacre, virus. Il virus, che è analfabeta, non sa di tutto questo. Lui fa il suo lavoro, che è quello di aggredire polmoni. Sgomenta la disparità di risorse tra il virus, che sa fare una sola cosa, e la nostra intelligenza, capace di forgiare gli strumenti più insospettabili e più raffinati per fargli sentire le nostre ragioni. Ma qui tocchiamo i limiti della parola che è suono ed eco vitale, posta di fronte a un’entità infinitesima che è solo violenza e silenzio.

UNA FESTA DEL LAVORO SENZA LAVORO

Un insolito Primo Maggio, senza striscioni e vessilli sindacali. Senza il concertone romano. Il sole che pare un lumino giallo-zolfo affogato nella nebbia. Non si riesce nemmeno a capire che è una giornata festiva. Il lavoro, che dovrebbe essere celebrato, è quasi sparito. A parte il Covid, non è una delle crisi cicliche del capitalismo, è che, come dice Piketty, è enormemente cresciuta la remunerazione del capitale a scapito del lavoro. Prendi il caso delle mascherine. Ci siamo trovati senza perché nessun industriale fino a un mese fa pensava di fabbricarne, visto che garantiscono margini irrisori. Meglio, mille volte meglio, spostare un po’ di soldi da un fondo di investimento a un altro. Stanca di meno, dà soddisfazioni più grandi.

Il «soggiorno in una casa di campagna» è, soprattutto oggi, il sogno di milioni di italiani che non se lo possono permettere. Ma è anche il titolo di una bizzarra e penetrante raccolta di saggi di W. G. Sebald. Vi si parla di Rousseau, di Mörike, di Keller, di Walser. Tutti amano luoghi solitari, isolati, lontani dalla folla delle città, da effimere e insopportabili contaminazioni culturali. Rousseau, nella casa in cui era ospitato su un’isoletta in mezzo al lago di Bienne, aveva perfino una botola dove si nascondeva per sfuggire ai visitatori. È l’idealizzazione di mondi perduti, rifatti solo con le parole e passati attraverso l’instancabile turbine del pensiero. Quella forse era autentica «distanza», presa di coscienza dell’ostilità che a volte la vita collettiva scaraventa contro anime fragili e inquiete, intrappolate per sempre nella gabbia di ferro della scrittura.

IL TEMPO E LE SUE DECLINAZIONI

La quarantena sta per terminare, ma la circolazione del virus prosegue. È come quando, verso mattina, accendiamo la luce ma fuori, a parte un labile chiarore in lontananza, è ancora buio. Che giornata sarà? Non è solo la faccenda del tempo meteorologico, ma quella del tempo più in generale, del suo restringersi, del suo dilatarsi, del suo srotolarsi come un gomitolo di lana secca. Il tempo, per chi è malato, è smisuratamente lungo. Per chi è guarito torna a essere veloce come il metrò. Per chi cerca di capire è come il deserto dei Tartari.