Italia, crisi finita? Non è merito delle riforme

Francesco Pacifico
14/02/2015

Quantitative easing. Calo dell'euro. E del petrolio. Il Paese torna a crescita zero. Ma solo grazie a fattori esogeni. Da Visco a Draghi: tutti i richiami al governo.

Dopo quattordici trimestri negativi, l’Italia ritorna alla crescita zero ed esce dalla recessione.
Con il 2014 che ha visto il Pil calare dello 0,4%, la ripresa dovrebbe finalmente fare capolino nel 2015. Ma il nostro Paese viaggerà comunque a scarto ridotto rispetto ai partner europei, mettendoci almeno un quinquennio per recuperare i 12 punti di Pil e i quasi 700 mila posti persi negli anni della crisi.
LA SVOLTA HA RAGIONI ESTERNE. Anche perché la svolta ha ragioni esogene: in assenza di riforme sostanziali e sostanziose, i maggiori organismi economici e gli istituti di ricerca sono concordi nel dire che la Penisola ripartirà soltanto per effetto del Quantitative easing della Bce (Bankitalia su mandato dell’Eurotower comprerà titoli di Stato per 130 miliardi), della sempre più vicina parità tra euro e dollaro, del calo del petrolio (24 miliardi, secondo il Centrostudi di Confindustria, il risparmio per il Paese). In attesa di conoscere i benefici del Jobs Act.
In estrema sintesi, se si tornerà a crescere in Italia, avranno più meriti Mario Draghi e gli sceicchi dell’Opec che Matteo Renzi. Ecco i giudizi che a Palazzo Chigi hanno spesso fatto finta di non sentire.

 

1. Bankitalia: «L’acquisto di titoli non basta»

Da Antonio Fazio, che ringhiò nella conferenza finale di un G8 un Giulio Tremonti «fate la riforma delle pensioni», via Nazionale ha sempre provato a ritagliarsi un ruolo nella definizione della politica economica dei governi. Spesso però restando inascoltata.
Lo stesso copione si sta ripetendo con Ignazio Visco. Il quale, però, non ha fatto sconti neppure al suo settore d’appartenenza, come dimostrano le spinte per rivoluzionare la governance nelle Popolari prima e nelle Banche di credito cooperativo nelle scorse ore.
LA STOCCATA DI PANETTA. Proprio il governatore, all’ultimo Forex, aveva mandato un chiaro messaggio a Palazzo Chigi. Dopo aver plaudito ai primi due decreti attuativi del Jobs Act (tutele crescenti e l’ammortizzatore universale Naspi), ha ricordato che «l’acquisto di titoli pubblici non rende meno necessarie, né meno probabili, le riforme volte ad aumentare il potenziale di crescita dei Paesi dell’area. Le può anzi favorire, con il miglioramento e la minore incertezza delle prospettive macroeconomiche».
Per certi aspetti ancora più duro era stato in precedenza il vicedirettore di Palazzo Koch Fabio Panetta. Il quale aveva spiegato che la Vigilanza era più ottimista sulle sue stime per l’Italia (Pil nel 2015 a +0,5% e a +1,6 nel 2016) soltanto per i benefici che avrebbero portato alla nostra economia l’indebolimento dell’euro e il crollo del prezzo del petrolio.

2. Bce: «Roma rispetti gli impegni finanziari»

Il numero uno dell’Eurotower, Mario Draghi, ripete come un mantra che gli interventi di politica monetaria straordinaria avranno effetti limitati senza le adeguate riforme finanziare da parte dei governi.
In quest’ottica il Bollettino della Bce si trasforma ogni mese in un cahier de doléance.
A gennaio Francoforte (che ha stimato per l’intera area Ue una debole crescita dell’1,1% nel 2015 e dell’1,6 nel 2016) ha richiamato il nostro Paese a rispettare i propri impegni finanziari. «Onde evitare», si legge, «che vengano ripetuti gli errori del quadro di governance vigente prima della crisi è importante che la regola del debito, una delle principali lezioni impartite dalla crisi, non sia messa da parte. Le regole di flessibilità introdotte nel patto di Stabilità per favorire la crescita».
«LA FLESSIBILITÀ VA CALIBRATA». E guardando all’applicazione più morbida dei parametri europei, la Bce ricorda a Roma che «la flessibilità deve essere calibrata con attenzione per non pregiudicare la sostenibilità del debito e la sua applicazione coerente tra i vari paesi e nel tempo. Lo sforzo strutturale richiesto all’Italia sarebbe dimezzato allo 0,25% del Pil. In condizioni normali l’Italia, avendo un debito superiore al 60% del Pil, dovrebbe effettuare un aggiustamento strutturale pari a oltre lo 0,5% del Pil».

3. Ue: «Servono più efficienza e semplificazione»

Mentre tutti aspettano miracoli dal Jobs Act, la Ue ha già sentenziato che in Italia i benefici della riforma del mercato del lavoro non si vedranno prima del 2016, quando si registrerà il primo calo della disoccupazione.
Più in generale ha stimato per la crescita italiana un magro +0,6% e un altrettanto contenuto (se confrontato con i partner) +1,3 per l’anno prossimo. Questo perché a Bruxelles sono abituati a richiamare l’Italia per i ritardi su questo fronte.
Da almeno cinque anni a questa parte i tecnici della Commissione non aggiornano neppure le “Raccomandazioni” che ogni sei mesi vengono mandate a Roma.
SEMPRE LE SOLITE RACCOMANDAZIONI. Lì si legge che bisogna «rafforzare le misure di bilancio», «trasferire ulteriormente il carico fiscale dai fattori produttivi ai consumi, ai beni immobili e all’ambiente», «far progredire l’efficienza della pubblica amministrazione», «rinvigorire l’erogazione di prestiti all’economia reale», «adoperarsi per una piena tutela sociale dei disoccupati», «rendere operativo il sistema nazionale per la valutazione degli istituti scolastici», «semplificare il contesto normativo a vantaggio delle imprese e dei cittadini» e infine «approvare l’elenco delle infrastrutture strategiche del settore energetico». E tanto basta per capire quanto lavoro arretrato attende Renzi e i suoi ministri.

4. Ocse: «Gli sforzi di riforma sono rallentati»

Con un occhio più ampio sul passato l’Ocse mette in relazione i risicati sforzi italiani sulla strada delle riforme alla debolezza del Paese, che non a caso (+0,2% nel 2015, +1 nel 2016) sarà la Cenerentola tra le nazioni più industrializzate.
Secondo l’organismo di Parigi, proprio l’assenza di riforme «sta portando il reddito pro capite dell’Italia a scendere ancora più in basso rispetto alle principali economie dell’Ocse. Il gap è sensibilmente cresciuto negli ultimi anni: nel 2007 era del 22,7 contro l’attuale 30%. Questo perché gli sforzi di riforma dell’Italia sono rallentati rispetto al 2011-12 e pertanto c’è un ritardo rispetto agli altri Paesi periferici dell’area euro».
«ITALIA NOTA PER GLI ECCESSI IN TASSE ED EVASIONE». L’organismo spera che con l’approvazione del Jobs Act si dia l’avvio a «un programma complessivo di riforma strutturale. Perseguire questo programma con determinazione, contestualmente all’effettiva attuazione delle riforme precedenti, dovrebbe contribuire a una crescita più forte e più inclusiva».
Anche perché, al momento, il Paese è contraddistinto soltanto «dal peso delle tasse per i lavoratori a basso salario, il codice fiscale troppo complicato e l’evasione diffusa».

5. Fmi: «Bisogna accelerare sui decreti attuativi»

Gli analisti di Washington sono stati tra i più pessimisti sul futuro dell’Italia.
Le loro stime sull’Italia sono state quelle più basse: una crescita dello 0,4% nel 2015 e dello 0,8 nel 2016. Questo perché sono convinti che gli italiani, a differenza degli altri grandi della Terra, ci metteranno più tempo per recuperare quanto perso negli anni della crisi.
«Le nostre proiezioni di lungo termine», recita un comunicato del Fmi, «dicono che l’Italia non sarà in grado di chiudere il divario tra output effettivo e output potenziale prima del 2019».
EFFETTI NEFASTI. L’organismo guidato da Christine Lagarde è convinto che «le riforme strutturali possono produrre effetti significativi». Ma in un suo studio del 2013 si sono messi in luce tutti i ritardi dell’Italia, rea di rallentare persino i decreti attuativi dei principali provvedimenti.
L’effetto di tutto ciò è a dir poco nefasto. Infatti si leggeva in quel testo: «Se implementate appieno le riforme effettuate tra il 2011 e il 2012 (dalle liberalizzazioni di alcuni mercati dei prodotti e del lavoro alle semplificazioni amministrative) sarebbero in grado di generare guadagni considerevoli e avrebbero la capacità di incrementare il Pil potenziale dell’Italia di circa il 5,5% dopo cinque anni e di oltre il 10% dopo 10 anni». Invece accadrà il contrario.

6: Confindustria: «Riforme incisive per migliorare gli investimenti»

Gli economisti di viale dell’Astronomia sono stati a dir poco criticati, quando hanno ipotizzato per l’Italia una crescita del 2,1% nel 2015 e del 2,5 nel 2016.
Qualcuno ha messo in relazione questi giudizi all’endorsement fatto nelle ultime settimane da Giorgio Squinzi al governo. In realtà gli analisti del Csc hanno legato il loro ottimismo soprattutto alla «combinazione molto favorevole di elementi esterni: crollo del prezzo del petrolio, svalutazione del cambio dell’euro, accelerazione del commercio mondiale, diminuzione dei tassi di interesse a lungo termine».
Soltanto dopo ci si sono le politiche più orientate alla crescita, che «daranno maggiore sostegno all’occupazione e agli investimenti, grazie anche alla flessibilità conquistata a Bruxelles». Va da sé che in Confindustria sperano che la ripresa arrivi grazie agli sforzi delle imprese esportatrici.
OCCORRE RIALLOCARE LE RISORSE. Poca fiducia, invece, nelle istituzioni. L’innalzamento del tasso di crescita potenziale, si legge in un rapporto del Csc, è «il nodo cruciale da sciogliere dell’economia italiana, sia per ritrovare il più rapidamente possibile i livelli di benessere, reddito e occupazione perduti sia per evitare ulteriori inasprimenti della stretta di bilancio, indispensabili alla sostenibilità del debito pubblico».
A questo fine «servono incisive riforme strutturali che portino a un aumento delle quantità e della qualità degli investimenti e della forza lavoro e consentano un’efficiente e rapida riallocazione delle risorse verso gli impieghi più produttivi».