Italia, tutti i segnali di un’economia in rallentamento

Francesco Pacifico

Italia, tutti i segnali di un’economia in rallentamento

16 Febbraio 2018 07.00
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Il premier Paolo Gentiloni ripete appena può che viviamo in «una congiuntura piuttosto incoraggiante per il nostro Paese». Soprattutto dal punto di vista della finanza pubblica, tanto da parlare di un «andamento positivo del nostro avanzo primario, che sarà dell’1,7% nel 2017, lo 0,2 in più rispetto all’anno precedente, e che potrebbe ulteriormente migliorare, superando il 2%, nel 2018».

SLANCIO DI RENZI IN CONFCOMMERCIO. Il segretario del Partito democratico Matteo Renzi, in un picco di ottimismo davanti alla platea di Confcommercio, ha rigettato le stime di crescita dell’associazione, che ha previsto per l'anno in corso un +1,4% del Pil. Numero definito troppo basso, visto che per Renzi «l’obiettivo è un aumento del 2%». Eppure ci sono diversi segnali che la crescita del nostro Paese stia invece rallentando.

Nel suo primo bollettino economico dell’anno Banca d’Italia ha stimato una crescita del prodotto interno lordo dell'1,5% nel 2017, destinato a scendere all'1,4 nel 2018 all'1,2 sia nel 2019 sia nel 2020. All’ultimo Assoforex il governatore Ignazio Visco ha ricordato che «il consolidamento della ripresa richiede di procedere nello sforzo di riforma dell’economia. Politiche di bilancio prudenti contribuiranno a rafforzare la fiducia dei mercati nella riduzione dell’incidenza del debito pubblico sul prodotto».

INTERVENTI MANCANTI NEI PROGRAMMI. Nelle ultime ore Confcommercio ha reso note le sue previsioni del Pil per dicembre: crescita del Pil dello 0,1% su mese e dell'1,3% su anno, in rallentamento rispetto a gennaio. Alla base di questi numeri soprattutto i negativi dal mercato del lavoro e peggioramento del sentiment di famiglie e imprese.Servono quindi quegli interventi sulla spesa pubblica, sullo stock di debito e sulla macchina burocratica che non sono presenti nei programmi della campagna elettorale.

UNA FRENATA DOPPIA SULLA FIDUCIA. Il clima economico non è dei migliori. A gennaio l’Istat ha registrato una frenata per la fiducia di imprese e dei consumatori. Sul primo versante l'indice è passato da 108,7 a 105,6 punti, sull’altro si è scesi da 116,5 a 115,5. Non grandi crolli, ma una tendenza, ha spiegato l’Istat, legata alle incertezze del futuro.

Esistono due grandi incognite sul futuro dell’Italia: la fine del Quantitative easing della Banca centrale europea (che dovrebbe avvenire dal quarto trimestre dell’anno, anche se Mario Draghi non l’ha ancora ufficializzato) e la rivalutazione dell’euro, dopo che Donald Trump ha annunciato un ritorno al mondo di una politica monetaria più accomodante della Federal reserve (Fed) negli Stati Uniti.

BUSINESS AMERICANO A RISCHIO. Fino al dicembre 2017 l’Eurotower trattava con il suo programma d’acquisti uno stock tra i 14 e i 17 miliardi di titoli di Stato italiano. In America invece le nostre aziende vendono beni e servizi per un valore di quasi 40 miliardi. Quello Oltreoceano è sempre stato uno dei nostri mercati privilegiati, ma un aumento del dollaro può solo rallentare il business.

LIVELLI RAGGIUNGIBILI NEL 2020. C’è poi il capitolo inflazione. Come dimostrano i piani dell’attuale ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, poi trasmigrati nel programma del Pd, questo è centrale nell’alleggerimento degli interessi sul debito e sul calo dello stesso debito. Nella piattaforma del Nazareno si prevede che il caro vita al 2% – che è anche il limite minimo al quale guarda la Bce – unito a una crescita del Pil non inferiore al 1,5% possa far scattare una dinamica che spinga il debito al 100% entro il prossimo decennio. Ma come hanno rilevato molti economisti – compresi quella della Banca d’Italia – questo livello non si raggiungerà prima del 2020.

Intanto, come ha calcolato l’Istat, a gennaio l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, segna un contenuto aumento dello 0,2% su base mensile e dello 0,8% su base annua. Secondo l’istituto di statistica siamo di fronte al dato tendenziale più basso da dicembre 2016.

PREZZI DEI BENI ALIMENTARI GIÙ. L’Istat ha legato questi numeri specialmente alla riduzione dei prezzi dei beni alimentari. C’è chi invece ha letto un rallentamento della domanda interna che è centrale nella crescita del nostro Pil.

Assieme ai più recenti dati su fiducia e occupazione, il calo delle vendite al dettaglio getta ombre sulle possibilità di raggiungere, nel 2018, una crescita simile a quella del 2017

L’indicatore dei consumi Confcommercio (Icc) ha registrato a dicembre 2017 un calo dello 0,1% rispetto a novembre e una stabilità su base annua. Soprattutto ha rilevato una tendenza al moderato rallentamento iniziata alla fine dell’estate. Come si legge in una nota di Piazza Belli, il passo indietro «è derivato da una flessione dello 0,2% della domanda di beni e da un aumento dello 0,1 di quella relativa ai servizi».

AMARE CONCLUSIONI SUL FUTURO. Soprattutto la tendenza «sta coinvolgendo, sia pure in modo articolato, quasi tutte le aree di spesa e le tipologie di attività commerciali, tra cui le più danneggiate sono sempre le imprese di minori dimensioni». Amara la conclusione sul breve termine. «Assieme ai più recenti dati su fiducia e occupazione, il calo delle vendite al dettaglio getta qualche ombra sulle reali possibilità di raggiungere, nel 2018, una crescita simile a quella del 2017, cioè attorno al punto e mezzo percentuale».

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