Armando Sanguini

La gestione del dossier libico mina la residua credibilità dell'Italia

La gestione del dossier libico mina la residua credibilità dell’Italia

Dai rapporti col parlamento di Tobruk all'ultima giravolta di Conte: l'approccio di Roma alla crisi tra Haftar e Sarraj si sta rivelando sbagliata e dannosa. Ministro degli Esteri cercasi disperatamente.

03 Maggio 2019 09.00

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha compiuto un passo rischioso quando ha affermato che «l'Italia non è né a favore di Sarraj né a favore di Haftar, ma a favore del popolo libico, che sta soffrendo da troppo tempo e ha tutto il diritto di vivere in pace».

Rischioso perché palesemente contradditorio con la posizione assunta dall’Italia fin dall’inizio, cioè fin dalla firma dell’accordo “di pace e di riconciliazione” siglato nel dicembre del 2015 a Skhirat, in Marocco, tra le parti in conflitto, su proposta dell’allora inviato delle Nazioni Unite. Accordo che prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale guidato da un premier e due vice, dotati di poteri concreti, per un anno, e si indicava quale unico parlamento legittimo quello di Tobruk.

I CONTATTI MANCATI CON IL PARLAMENTO DI TOBRUK

Ricordiamo che il 23 dicembre del 2015 il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha riconosciuto il futuro governo di unità nazionale come solo esecutivo legittimo della Libia e ha invitato gli Stati membri a rispondere a eventuali richieste di assistenza del nuovo esecutivo (Gna), presieduto da Fayez al-Sarraj, per stabilizzare la Libia. Ricordiamo pure che questo governo non ha mai ricevuto la fiducia del parlamento di Tobruk anche se nel marzo successivo il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha invitato gli Stati membri a cessare il sostegno e i contatti ufficiali con i “governi” paralleli al Gna. L’Italia ha sempre seguito le indicazioni delle Nazioni Unite e ha quindi coerentemente appoggiato l’esecutivo di Sarraj fin dall’inizio della sua esistenza. Forse avrebbe dovuto altrettanto coerentemente mantenere forti contatti col parlamento di Tobruk, parimenti riconosciuto a livello internazionale, e cercare di promuovere convergenze politiche. Ma non lo ha fatto.

IL SOSTEGNO ALL'OPERAZIONE IPPOCRATE

Anzi, nel settembre dello stesso anno il governo italiano, mentre il generale Khalifa Haftar, nella sua veste di ministro della Difesa e capo di Stato Maggiore del governo di Tobruk, annunciava la guerra contro «le forze islamiste tripolitane», decideva di corrispondere a una richiesta del premier Sarraj col varo della cosiddetta “operazione Ippocrate”: la creazione cioè di un ospedale da campo (per la cura dei soldati libici feriti durante i combattimenti contro i miliziani dell’Isis a Sirte) protetto da un contingente militare di 300 uomini presso l’aeroporto di Misurata. L’operazione sarà poi riconfigurata nell’ambito delle attività di supporto sanitario e umanitario previste dalla “Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia”.

Stupisce che l'Italia non abbia ingaggiato un rapporto più costruttivo e impegnativo con il riconosciuto parlamento di Tobruk

Non c’è da stupirsi se la decisione italiana è stata vissuta come uno schiaffo da Tobruk che vedeva in quell’operazione e nell’addestramento della Guardia presidenziale libica da parte dei nostri Carabinieri un esclusivo sostegno ad al Serraj. A un premier privo di una sua forza militare e quindi tributario di una variegata serie di forze armate e milizie tribali, tra le quali la nota Brigata 301 (Misurata). In prospettiva dunque un avversario di cui poter avere facilmente ragione anche in ragione dell’appoggio di una serie piuttosto considerevole di sponsor schierati a proprio favore per ragioni geopolitiche di diversa natura: Francia e Russia da un lato ed Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita dall’altro, questi ultimi tre accomunati dal comune obiettivo dell’annientamento delle cosiddette “forze del terrorismo” tra le quali sono collocate anche le milizie che si rifanno alla Fratellanza musulmana. Ricordo che l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, in particolare, ha combattuto la Fratellanza a casa propria (colpo di Stato del 2013) e non intende certo averla viva e vegeta nella confinante Libia. Sul versante opposto Turchia e Qatar che hanno sostenuto e sostengono al-Sarraj, non tanto per ragioni di coerenza con le deliberazioni delle Nazioni Unite quanto piuttosto in appoggio proprio alla Fratellanza.

L'INGRESSO DI HAFTAR NEI RADAR DELLA DIPLOMAZIA ITALIANA

Ebbene, l’Italia, se per un verso restava anch’essa, ma per ragioni di legittimità, di interessi energetici e di sicurezza, rigorosamente a fianco del premier Sarraj, anche per contrastare l’azione a dir poco ambigua della Francia a favore di Haftar, decideva opportunamente di tessere rapporti costruttivi anche con questo “uomo forte della Cirenaica”. Opportunamente giacchè era già allora evidente che qualsivoglia soluzione politica lo avrebbe visto come imprescindibile interlocutore. Da allora Haftar è entrato nel radar della diplomazia italiana. E se Parigi è stata la prima a legittimarlo in Occidente, e in Europa in particolare, Roma lo ha fatto da buona seconda senza peraltro venir meno al suo posizionamento iniziale.

Con questa giravolta l’Italia ha messo in gioco la sua credibilità non solo sull’uno e sull’altro fronte libico, ma anche sul piano internazionale

Stupisce che purtroppo non abbia ingaggiato un rapporto più costruttivo e impegnativo con il riconosciuto internazionalmente parlamento di Tobruk. Poi il 2018 marcato dalla malafede con cui Haftar ha finto di essere disponibile a seguire prima una road map di soluzione politica spinta da Parigi e quindi quella di Palermo sotto l’egida delle Nazioni Unite. Poi la preparazione della Conferenza di riconciliazione fatta saltare dalla marcia delle sue forze armate su Tripoli. Per liberarla dai soliti “terroristi”. Marcia relativamente veloce con la minaccia incombente dello sfondamento in Tripoli. Ma lo sfondamento non è avvenuto. Le forze militari che appoggiano Sarraj hanno resistito e si è aperta una fase di stallo che Haftar ha convertito in un brutale cecchinaggio di civili mentre la popolazione tripolina, e non solo, lo contestava apertamente.

UNA VARIABILE DI NOME TRUMP

Il governo italiano sembrava mantenere la linea: la visita in Qatar del premier Conte pareva confermarlo. Ma è intervenuta la telefonata fra Donald Trump e Haftar, nella quale il presidente americano avrebbe riconosciuto il ruolo significativo del maresciallo nella lotta al terrorismo e nella sicurezza delle risorse petrolifere della Libia e lo avrebbe invitato alla collaborazione per una “Libia stabile e democratica”. Nulla di travolgente se non il ritorno degli Usa nel dossier libico – che del resto gli Usa hanno sempre tenuto aggiornato in termini di lotta al terrorismo e di attenzione all’andamento del prezzo del petrolio – e la sollecitazione a fermare la guerra per una soluzione politica della crisi libica. Nessun abbandono di Sarraj. Ma tanto è bastato per indurre il governo italiano alla giravolta citata all’inizio e riassunta nella frase «l'Italia non è nè a favore di Sarraj né a favore di Haftar».

UNA POLITICA ESTERA IN DEBITO DI OSSIGENO

Un voltafaccia condito col timore manifestato dal premier Conte che la crisi libica possa favorire una trasmigrazione di radicali islamici in Tunisia e in prospettiva in Italia. Un voltafaccia che ha lasciato basito Sarraj, che ha tacciato di criminale Haftar e ha avvertito Roma che la riapertura del consolato a Bengasi (terra di Haftar) sarebbe considerato un atto ostile; ma ha anche spinto i sostenitori di quest’ultimo ad accomunare l’Italia agli altri sponsor, vecchi e nuovi, del generale. Un voltafaccia forse dettato da un inconfessato do ut des? Non lo si sa, mentre è chiaro che con questa giravolta l’Italia ha messo in gioco la sua credibilità non solo sull’uno e sull’altro fronte libico, ma anche sul piano internazionale. E ciò in un momento in cui la politica estera del nostro Paese – come emerge da ultimo dal non-esito dei contatti avuti col russo Vladimir Putin e con l’egiziano al-Sisi – appare in evidente debito di ossigeno. Ministro degli Esteri cercasi, verrebbe da dire.

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