Giorgio Triani

Il calcio femminile e la nostalgia di un gioco che non c'è più

Il calcio femminile e la nostalgia di un gioco che non c’è più

Dietro il successo del Mondiale di Francia c’è la voglia di tornare alle origini, ai campetti, alla passione. Uno slancio anche politico che si intreccia alla battaglia per la parità.

15 Giugno 2019 09.00

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«Fu così che un giorno una forza maligna emerse dalla terra per distruggere il gioco più bello del mondo…». Correva l’anno 2000 e lo spot di Nike proponeva una storia calcistica cupa, che alla fine vedeva la vittoria dei buoni ( i grandi campioni di allora: Maldini, Cantona, Ronaldo…) su una squadra di demoni. Il match si giocava in un’arena gladiatoria, il Colosseo. Era un spot da fine dello sport, che rivisto oggi sembra il trailer di un film di zombie, ma che allora piacque molto.

DALL’INCUBO DEGLI UOMINI AL SOGNO DELLE DONNE

Il lato quasi comico di quell’improbabile sfida lo si vede bene ora. Soprattutto se lo si confronta con lo spot che Nike dedica ora al calcio femminile, in occasione della Women’s World Cup che sta suscitando grandi e planetari entusiasmi. L’incubo e la narrazione gotica di allora si sono trasformate in un sogno e in racconto solare. Dalla notte del calcio maschile siamo passati al giorno di quello femminile.


«Non cambiare i tuoi sogni. Cambia il mondo» esprime una visione del mondo (calcistica) quasi aliena rispetto a quella degli uomini. Protagonista è una bambina di 10 anni che gioca tanti match, tenendo per mano una giocatrice, che di volta in volta è di una squadra diversa. Sono azioni irresistibili di fronte a folle festanti in stadi strapieni. Ma gli elementi più interessanti sono quelli, più nascosti, che evidenziano le ragioni del successo e della popolarità, entrambi abbastanza repentini, del football femminile.

italia australia mondiale femminile risultato
L’Italia alla partita d’esordio contro l’Australia.

LA PASSIONE AZZURRA

In primo luogo il gesto atletico. Errori marchiani, svirgolate o ingenuità clamorose non se ne vedono sui campi di calcio femminile. Anzi lo spot mostra campionesse delle diverse squadre nazionali (tutte vestite con divise Nike) atleticamente dotate, che corrono forte, calciano bene e giocano pure di fino. Insomma l’effetto visivo è eccellente. D’altronde che non si tratti di “photoshoppate” pubblicitarie lo si è visto già nelle partite d’avvio del mondiale francese. A partire dall’esordio delle Azzurre: 90 minuti intensissimi e premiati da un auditel record: 3.5 milioni di spettatori.

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IL TRIANGOLO VIRTUOSO DI TIVÙ, SHOW E PUBBLICITÀ

In questi dati si evidenzia l’altro fattore essenziale nell’ascesa del calcio rosa. Cioè il triangolo virtuoso che lega spettacolo, tivù e pubblicità. Il meccanismo è noto, ma va ricordato. Una disciplina sportiva per diventare famosa deve essere popolare, ma per diventarlo ha bisogno dell’attenzione dei media, soprattutto della tivù. Che è fondamentale per fare numeri importanti di pubblico, a loro volta decisivi per attrarre inserzionisti e investimenti pubblicitari. Quando scatta questo automatismo il gioco è fatto, quello spettacolo sportivo è lanciato e il business diventa una provvida coperta per tutti. Aumentano i praticanti, dunque anche il livello tecnico, le grandi aziende corrono a sponsorizzare e così migliora notevolmente la qualità dello spettacolo, grazie anche agli investimenti tecnologici e alla maggiore copertura giornalistica che fanno crescere le audience.

Un momento di Australia-Brasile.

REGNO UNITO ALL’AVANGUARDIA

La conferma di ciò viene di nuovo da alcuni dati. I premi per le squadre finaliste del mondiale sono passati dai 15 milioni del 2015 ai 30 di questa edizione, dove si punta a staccare 1 milione di biglietti e coinvolgere 1 miliardo di telespettatori nel mondo. «Dai una palla a una ragazza e avrai un giocatore di calcio», recita un tweet pubblicato lo scorso marzo sul profilo ufficiale del Manchester City che è la società che più sta facendo per promuovere il calcio femminile. In un contesto, però, qual è quello inglese, che è decisamente all’avanguardia, forse in ossequio al fatto di essere il Paese che ha inventato il football, e dove una grande azienda come Avon è diventata main sponsor del Liverpool Ladies Football Club. Per la semplice ragione che il calcio alle donne piace, soprattutto alle millenial, che sono anche molto attive sui social.

LA RICHIESTA DI CALCIO DELLE ORIGINI

«Same City, Same Passion» e «#SameGoals» sono le due campagne lanciate quest’anno dai citizen per segnalare l’unione dei canali social media maschili e femminili del club e sottolineare che le similitudini tra calcio maschile e femminile sono molto più grandi delle differenze. Perché si tratta sempre e solo di calcio. Anche se è il calcio del quale si sente di più la mancanza. Quello giocato per strada o su un campetto, così alla buona, fra ragazzi o ragazze. Ai quali basta un pallone per divertirsi e dare vita a partite interminabili.

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Paradossalmente, o forse no, il calcio femminile esprime una richiesta di calcio delle origini. Del quale però non c’è quasi più traccia in quello maschile, sempre più incline allo spettacolo circense, al barnum, alle esibizioni esagerate. Dopo che Cristiano Ronaldo con il passaggio alla Juventus ha generato un giro d’affari di 400 milioni è sempre più arduo pensare a qualcosa di più grande. Il calcio femminile è invece un mercato vergine, sia sul versante della pratica che dello spettacolo, e il business, molto promettente, è tutto da costruire. Al momento e al netto di immancabili speculazioni economiche, l’immaginario calcistico femminile offre visioni di futuro e di società più promettenti, democratiche, emancipate.

L’abbraccio delle Leonesse in Inghilterr- Scozia del 9 giugno.

CAMPO E POLITICA

Una per tutte e per fare un esempio significativo: la lotta delle giocatrici statunitensi per la parità di genere e stipendio. Rivendicazione, questa, che induce a chiederci perché il movimento calcistico femminile più grande e importante al mondo sia quello Usa. Considerato che la versione maschile viceversa non ha mai sfondato, né prima né dopo i mondiali che si tennero negli States nel 1994. Ora, sul perché il soccer non sia mai riuscito a conquistare il pubblico nordamericano, la risposta più accreditata continua a essere del politologo di Harvard, Andre Markovits, secondo cui la ragione è che negli Usa non è mai esistito un partito laburista, a differenza dell’Inghilterra dove il football è nato e si è sviluppato nel seno della classe operaia.

LA BATTAGLIA USA PER I DIRITTI

Se ciò è vero, il grande successo del soccer femminile ha a che fare, almeno un po’, con quello di leader “socialisti”, come Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, molto votati dai giovani. In altre parole sarebbero apparentate la passione sportiva e l’appartenenza politica. Giocatrici e tifose sono in gran parte millenial, giovani e giovanissime che amano il soccer: perché è un gioco di squadra, come la politica, ma che a differenza del football americano, non basa tutto su tattica e forza fisica, ma sollecita anche creatività, finezza e fantasia. E scendere in campo significa anche difendere i propri diritti sportivi. Tal che non c’è forse battaglia più “socialista” di quella intrapresa dalle giocatrici, e già evocata, che a marzo di quest’anno hanno avviato una causa legale nei confronti della Federazione Soccer Usa chiedendo che si ponga fine al grande gap di stipendio fra le squadre maschili e femminili. Soprattutto perché le donne sono «costantemente più performanti degli uomini e generano anche maggiori introiti».

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