Giovanna Faggionato

I veri conti dell'Italia: un Paese senza nati e migranti non è sostenibile

I veri conti dell’Italia: un Paese senza nati e migranti non è sostenibile

07 Marzo 2018 16.23
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da Bruxelles

Il nostro debito, secondo la Commissione europea, «non ha ancora imboccato un percorso di ferma discesa». E il Paese è uno dei tre Stati su 28, con Cipro e Croazia, a presentare squilibri eccessivi. Ma il giudizio finale sui conti, come ha spiegato Lettera43.it, è rimandato: servono i dati definitivi di Eurostat che deve capire se timbrare le stime dell’Istat sul debito che permetterebbero all’Italia di evitare una procedura di infrazione (come anticipato già a novembre uno dei motivi del contendere è la stima della spesa per la risoluzione delle due banche venete). Ma serve soprattutto capire come si comporterà il governo: se presenterà aggiustamenti al programma di stabilità o se come tanti altri Paesi in situazioni politiche incerte o in attesa di un nuovo esecutivo manterrà i conti invariati.

UN PROBLEMA PER IL NUOVO GOVERNO. Per ora la seconda ipotesi sembra la più accreditata. E a questo punto, a inizio maggio, la Commissione deciderà se chiedere un aggiustamento dei conti oppure rimandare ancora. Ma il rapporto sul nostro Paese pubblicato dall’esecutivo europeo il 7 marzo va ben oltre: se dice infatti che la sostenibilità del nostro debito non pone problemi nel breve periodo, il ragionamento è differente sul medio e sul lungo. Spiega a qualunque leader o tecnico andrà al governo quali sono i veri fattori di rischio che minano il sistema: la spesa per le pensioni che qualcuno vorrebbe aumentare, mentre il mondo delle imprese non è abbastanza produttivo e la demografia è una somma di vuoti, nuovi nati che mancano o i giovani che se ne vanno o i migranti che non sono abbastanza per colmare il gap.

Il rapporto tra crescita e interessi da pagare sul debito, è scritto nel report, è sceso dai livelli pre crisi dell’1,2 all 0.9 nel 2017 e arriverà allo 0,3% nel 2018. Quindi al momento l’Italia non sembra affrontare rischi una sfida di sostenibilità nel breve termine. Ma nel medio invece quegli stessi rischi diventano “marcati”. La Commissione, in ottemperanza alle regole del Fiscal compact, cita l’avanzo primario, passato dal 3,3 del 2015 all’1,6 del 2018. Ma aggiunge anche che una analisi della sostenibilità del debito conferma alti rischi se la politica monetaria accomodante della Bce finirà. Il nostro debito rimarrà attorno al 130% del Pil anche tra undici anni se la spesa per gli interessi crescerà in linea con la fine del Quantative easing e il Paese manterrà costante un avanzo primario dell’1,1% nel 2019. Solo con un avanzo primario del 4% entro il 2024 riusciremo a ridurre il debito al 107% nel 2029.

QUESTIONE DI PENSIONI E DEMOGRAFIA. Cosa succederebbe invece se per esempio il nuovo governo andasse a ritoccare il sistema pensionistico? Entro il 2029 il debito sarebbe già cresciuto al 136%. Come è noto il dibattito sul rispetto delle regole del deficit e del debito in Italia è aperto. La Commissione europea ovviamente è tenuta a difendere le regole che si sono dati i leader Ue a Maastricht e poi con il Fiscal Compact. Ma nella sua analisi mette in fila alcuni elementi di cui chiunque chiamato a governare l'Italia, con qualunque ricetta possibile, dovrà tenere conto: le pensioni appunto, la situazione demografica, la profonda mancanza di competitività.

Oltre alle politiche della Bce che hanno agito nel medio termine, sul lungo periodo è stata la riforma pensionistica – la legge Fornero, ma anche gli interventi che l'hanno preceduta – ad assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche italiane, tutte sbilanciate a livello di welfare e spesa pubblica sugli assegni pensionistici. Il problema è il Pil è diminuito e quindi la spesa per le pensioni è in proporzione aumentata e non di poco: circa due punti percentuali. Ma intanto l'Italia aveva la riforma considerata più sostenibile in Europa e anche quella più "equa" nei confronti dei giovani, cioè di chi deve pagare gli assegni di chi ha già lasciato il lavoro. Ora, secondo l'esecutivo Ue, i ritocchi del 2017 e del 2018 al sistema pensionistico hanno fatto tornare l'Italia a un livello di rischio medio. E adesso, sempre secondo i calcoli della Commissione, per mantenere pensioni e debito allo stesso livello dovremmo mettere da parte ogni anno un avanzo primario pari al 2,2% del Pil. E qui arriva l'avvertimento tra le righe a chiunque vada al governo, tra invecchiamento della popolazione e maggiore spesa sanitaria – entro il 2025 gli ultra 65enni saranno il 24,9% degli italiani – , eventuali altre modifiche al sistema pensionistico possono mettere a rischio la sostenibilità del sistema, destinata a diventare via via più complessa.

Si potrebbe replicare che la risposta a queste sfide è la crescita. E giustamente. Però la produttività italiana è ancora molto bassa rispetto alla media Ue e, mentre la spesa per le pensioni è attorno al 15% e quella per la sanità al 7, la spesa per istruzione «ha continuato il suo percorso decrescente iniziato nei primi Anni 2000 quando era dell'11,2%: oggi è all'8,6». Vista da Bruxelles l'Italia ha anche un problema di sistema produttivo non da poco. «Le imprese italiane», si legge nel rapporto sul nostro Paese, tendono a usare relativamente poca tecnologia rispetto alle imprese degli altri Stati Ue, soprattutto a causa di prassi di management meno efficienti. Questo è parzialmente legato all'orientamento chiuso alla famiglia di molte imprese famigliari, specialmente piccole e medie imprese che limita drasticamente il bacino dal quale vengono reclutati i manager futuri. Tutto questo in aggiunta a bassi investimenti in ricerca e sviluppo e una distribuzione inefficiente di risorse tra settori.

RECORD DI PARTENZE DAL 1990. Il risultato di tali fattori combinati è un aggravamento del brain drain: la grande fuga. «A gennaio 2017 circa 5 milioni di italiani», ricorda il rapporto, «sono stati ufficialmente registrati all'estero (circa l'8,2% della popolazione totale), ma il numero totale di emigranti è probabilmente più alto. Nel 2015 il numero di laureati e lavoratori altamente qualificati in uscita dal Paese è aumentato del 13% rispetto all'anno precedente. Inoltre, il 40% degli emigranti sono giovani (18-34 anni). È interessante notare che l'emigrazione di persone altamente qualificate è particolarmente forte nelle regioni meridionali, dove dal 2014 il saldo migratorio netto è diventato negativo». Secondo la fondazione Migrantes, il numero di emigranti è aumentato del 60% dal 2006. A questo punto come si fa a crescere? Servirebbero molti nuovi nati per mantenere in piedi le finanze pubbliche.

LA VERA PARTITA PER IL PAESE. Finora, mentre gli italiani non facevano figli, il saldo è stato mantenuto positivo dall'arrivo dei vituperati migranti. Ma dal 2015 gli arrivi non sono stati sufficienti e la popolazione ha iniziato a diminuire ufficialmente, il 2014 e il 2015 sono stati gli anni in cui si è registrato il minor numero di arrivi di migranti dal 2002. E questo mentre si parlava di continua emergenza. E contemporaneamente il maggior numero di partenze dal 1990. Bisognerebbe certamente sostenere le famiglie, e soprattutto cercare di inserire più donne al lavoro: da anni ormai in ogni studio il basso tasso di occupazione femminile è citato come uno dei principali freni alla crescita in Italia. Ma le politiche sociali sono inadeguate su questo fronte. E ora chiunque governerà dovrà fare i conti con questo puzzle in cui i pezzi rischiano di non incastrarsi. O almeno gli elettori dovrebbero chiedergliene conto, perché è qui che si gioca la vera partita per il Paese.

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