L’Italia è ultima in Europa per l’occupazione femminile

Ginevra Abeti
02/01/2024

Le donne della penisola sono meno pagate rispetto ai colleghi uomini, spesso precarie e in settori poco strategici, e frequentemente costrette a lasciare il lavoro nei primi tre anni di vita dei figli. A causa di questi fattori, il tasso di impiego è del 55 per cento, a fronte di una media Ue del 69,3.

L’Italia è ultima in Europa per l’occupazione femminile

Mentre uno dei principali quotidiani italiani nei giorni scorsi ha dedicato una prima pagina alla premier Meloni dal titolo “Uomo dell’anno”, nel tentativo di ribadire che la questione di genere nel nostro paese non esiste, l’osservatorio Servizio studi della Camera ha rilevato che l’Italia è ultima in Europa per l’occupazione femminile. In particolare, le donne in Italia sono meno pagate rispetto ai colleghi uomini, sono spesso precarie e in settori poco strategici, e sono frequentemente costrette a lasciare il lavoro nei primi tre anni di vita dei figli a causa del carico di lavoro famigliare che pesa quasi completamente sulle madri.

Il tasso di occupazione è sotto la media europea

Il quadro di questa discriminazione di genere emerge dal dossier del Servizio studi della Camera pubblicato a dicembre, che rileva una serie di «profili critici». A partire dal tasso di occupazione femminile che in Italia «risulta essere, secondo dati relativi al quarto trimestre 2022, quello più basso tra gli Stati dell’Ue, essendo di circa 14 punti percentuali al di sotto della media». L’Italia ha un tasso di occupazione femminile del 55 per cento, a fronte del 69,3 per cento dell’Ue. La situazione peggiore riguarda il Sud, dove secondo i dati dell’Istat riguardanti il terzo trimestre del 2023, il tasso di occupazione delle donne tra i 15 e i 74 anni è del 30,6 per cento, a fronte del 53,1 per cento al Nord.

L'Italia è ultima in Europa per l'occupazione femminile
La segretaria del sindacato tedesco Dgb, Yasmin Fahimi, a una manifestazione a marzo per chiedere la parità salariale in Germania (Getty Images).

La situazione a livello nazionale tra divario occupazionale e retributivo

A livello nazionale, invece, le donne occupate sono circa 9,5 milioni contro i 13 milioni di uomini occupati. Inoltre, una donna su cinque si licenzia entro i primi tre anni dalla nascita di un figlio: un aspetto che, sottolinea il dossier, «riveste una particolare rilevanza in quanto indice della difficoltà per le donne di conciliare esigenze di vita con l’attività lavorativa», a causa sia di resistenze culturali sia di una mancanza di servizi di sostegno adeguati per i neogenitori, come la disponibilità di asili nido. Nonostante dopo la pandemia l’offerta sia aumentata di 1.780 posti, «le richieste di iscrizione sono in gran parte insoddisfatte, soprattutto nel Mezzogiorno». Il divario di genere riguarda anche la retribuzione. Comunemente chiamato gender pay-gap, secondo gli ultimi dati Eurostat la differenza nella retribuzione annuale media tra uomini e donne è pari al 43 per cento contro la media Ue del 36,2 per cento. Secondo i dati dell’Inps, nello specifico, nel 2022 gli uomini hanno guadagnato una media di 26.227 euro rispetto ai 18.305 euro per le donne, una differenza di 7.922 euro annui.

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I motivi dietro al divario di genere nel mondo del lavoro

Oltre ai motivi culturali e alla mancanza di servizi di sostegno alla genitorialità già citati, la bassa partecipazione al lavoro delle donne è determinata anche dalla precarietà dei lavori svolti, dall’impiego in settori a bassa remuneratività e da una netta prevalenza del part time, svolto dal 49 per cento delle donne occupate rispetto al 26 per cento degli uomini. Infine, a incidere è anche la bassa quota di lauree STEM (Science, technology, engineering and mathematics) tra le donne laureate, che secondo il rapporto Istat sui livelli di istruzione e i ritorni occupazionali riferito al 2022, è la metà di quella che si riscontra tra gli uomini laureati: il 16,6 per cento rispetto al 34,5 degli uomini.