Francesco Pacifico

Italia, un Paese paralizzato per il referendum

Italia, un Paese paralizzato per il referendum

29 Ottobre 2016 16.00
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Chiusi per referendum.
L’attività legislativa va a scarto ridotto.
Grandi partite economiche sono state rinviate a date da destinarsi.
Più di otto milioni di lavoratori sono in attesa del rinnovo di contratto.
ANCHE L’UE CI ASPETTA. Per non parlare dell’Unione europea, che aspetta il post 4 dicembre 2016 non soltanto per decidere se affondare o salvare l’Italia, ma i nuovi equilibri in un’Europa che deve cambiare le sue leggi di bilancio, le regole per l’accoglienza dei migranti e il rapporto con il Regno Unito.
Ecco tutti le partite che la consultazione sulla legge Boschi-Renzi ha congelato.

Quelle 20 leggi appese al voto e di cui nessuno parla più

Secondo l’ufficio legislativo di Montecitorio sarebbero oltre una ventina le leggi ferme in parlamento in attesa dell’esito del referendum.
SENZA MAGGIORANZA. E il condizionale è d’obbligo, perché, come nota un parlamentare della maggioranza, «non c’è soltanto la volontà di Renzi di non creare tensioni dietro la stasi delle due Camere. La verità è che, visto il peso determinante di Verdini, non abbiano pure una vera maggioranza: ogni proposta è accompagnata da trattative estenuanti e mai a costo zero».
Fatto sta che nella categoria ”norme che spaccano quello che rimane della maggioranza” c’è sicuramente la riforma dei tempi della prescrizione, che ha spinto anche l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) a scrivere al Guardasigilli Andrea Orlando.
A maggior ragione dopo l’emendamento scritto da Donatella Ferranti che allunga la prescrizione per la corruzione.
IL CANTIERE DELLA CONCORRENZA. Con almeno un anno di ritardo rispetto alla scadenza naturale, e complice anche il passaggio di consegne al ministero dello Sviluppo economico tra Federica Guidi e Carlo Calenda, la legge sulla concorrenza ha vissuto un dibattito infinito in commissione Industria del Senato.
La maggioranza si è spaccata sul futuro del mercato a maggiore tutela dell’energia o sugli autoservizi pubblici non di linea come Uber.
Ora è in Aula, dove rischia di restarci ancora mesi.
IL PING PONG PER LA CANNABIS. Stesso iter per la legge voluta da Benedetto Della Vedova per liberalizzare l’uso della cannabis: arrivata a Montecitorio senza neppure un relatore, non ha potuto che tornare in commissione.
Dopo quello ricevuto dalla Camera nell’ottobre del 2015, la legge sull’omofobia aspetta il via libera del Senato. Rallentato anche dagli 8 mila emendamenti firmati dalla Lega.
Si sono perse le tracce anche della riforma della cittadinanza per passare dallo ius sanguinis allo ius soli o dell’abolizione delle Province e dell’introduzione dell’equilibrio di genere nei Consigli regionali.
TORTURA NEL DIMENTICATOIO. E chi non ricorda la pressione della società civile per dare al nostro ordinamento strumenti per contrastare il reato di tortura, il cyberbullismo o i tempi lunghi dei processi.
Anche su questo versante, ma non sono immuni neppure il collegato povertà e il nuovo codice della strada, si sono perse le tracce.
E IL CONFLITTO D’INTERESSI? Sempre alla ricerca del sì definitivo le norme per la protezione dei testimoni di giustizia, le adozioni, la disciplina del cinema audiovisivo e dello spettacolo, la nuova regolamentazione sulle crisi di impresa e l’insolvenza.
Inutile dire che in questa lista c’è la madre di tutti i rinvii: la legge sul conflitto d’interessi.

Economia, le grandi scelte possono attendere

Si dice che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia spinto per votare il più tardi possibile (a dicembre e non a ottobre) per evitare che l’iter della legge di bilancio non venisse inficiata dalla campagna elettorale del referendum.
Ma questa decisione ha finito per influenzare partite economiche non meno importanti.
GUAI PER MPS IN CASO DI ”NO”. In quest’ottica l’esito del voto del 4 dicembre si intreccia con quello del futuro del sistema bancario.
Non a caso gli analisti di Goldman hanno scritto che il mercato attende quella data per capire se partecipare alla stagione di aumenti di capitali che si sta per aprire in Italia.
Moody’s e Credit Suisse, invece, sono arrivati alla conclusione che con la vittoria del ”No” salterebbe l’aumento di capitale del Monte dei Paschi di Siena.
RICAPITALIZZAZIONI ADDIO? Una condizione che qualcuno ha visto anche nella decisione dell’amministratore delegato di Mps Marco Morelli di condizionare la ricapitalizzazone alla clausola della “market condition”. Ma in questa fase poco importa che sia prassi in operazioni simili.
Anche l’incertezza legata al voto avrebbe dato forza all’Ue per rallentare il matrimonio tra Ubi e le quattro goodbank nate dalle ceneri di Etruria, Banche Marche, Carife e Carichieti.
Mentre l’incertezza avrebbe spinto, secondo Giuseppe Guzzetti, le banche straniere a tenersi lontane dal Fondo Atlante 2, destinato alle ricapitalizzazioni bancarie.
PAURA DI EFFETTI SISTEMICI. Più in generale, come ha ammesso Pier Carlo Padoan all’ultima Giornata del Risparmio, «elezioni e referendum non sono un elemento nuovo, ma oggi sono percepiti come in grado di innescare effetti sistemici, come accaduto nel referendum britannico. E questo rischia di diffondersi un atteggiamento di attesa che frena investimenti e consumi favorendo risparmio precauzionale».
Conscio di questo convincimento, il ministro dell’Economia ha deciso in tempi non sospetti di congelare il programma di privatizzazioni, che è decisivo per l’abbattimento del debito.
Rinviati di almeno un anno lo sbarco in Borsa di Ferrovie o la cessione di una nuova tranche di Poste.

Aspettano il contratto 8 milioni di lavoratori

Matteo Renzi continua a minacciare di risolverla lui, l’annosa questione, con una bella legge quadro.
Dai fronti opposti delle barricate Vincenzo Boccia (Confindustria) e Susanna Camusso (Cgil) rivendicano la piena libertà d’azione delle parti su questi argomenti.
Fatto sta che da almeno un biennio governo e sindacati hanno posto le basi per la riforma dei contratti – maggiore spazio a quella aziendale, aumenti legati alla produttività e certificazione delle tessere sindacali -, ma l’accordo non c’è ancora.
COLLABORAZIONE AL MACERO? E ad allontanare le parti adesso ci si mette anche la scadenza referendaria, vista la scelta di Viale dell’Astronomia di schierarsi per il ”Sì” e quella di Corso d’Italia per il ”No”.
Se a livello generale c’è il sentore che il 4 dicembre si voti anche sul futuro di Matteo Renzi e del suo sistema di potere, imprese e rappresentanti di lavoratori temono che dal giorno dopo debbano mandare al macero tutto il lavoro fatto in questi anni per ricreare un minimo di collaborazione.
In quest’ottica è difficile anche rinnovare i contratti in scadenza. Sono una cinquantina e riguardano attualmente circa 8,2 milioni di lavoratori.
Ma sono soprattutto due quelli che sembrano decisivi nel futuro delle relazioni industriali.
IN ALTO MARE SULLE TUTE BLU. Il primo, scaduto a dicembre 2015, è quello dei metalmeccanici.
Che è diventato un po’ il prototipo delle nuove intese, visto che Federmeccanica intende pagare parte dell’aumento in welfare.
Le parti si sono date come data massima per chiudere quella dell’11 novembre, ma nonostante i passi avanti sono ancora lontane sul salario, sulla nuova cornice regolamentari o sull’inquadramento professionale fino alla contrattazione territoriale.
Non temi marginali, dove le differenze potrebbero acuirsi con l’incarognimento della campagna per il referendum.
POCHI SOLDI PER I TRAVET. Altro cantiere sindacale è quello che riguarda il pubblico impiego.
Renzi, anche per questioni elettorali, ha promesso di superare sia il blocco del turnover (in vigore dal 2007) sia il congelamento degli aumenti (2009).
Ma le risorse messe in manovra per il nuovo contratto dei 3,5 milioni di statali sono pochi per i sindacati: poco meno di 7 miliardi spalmati su tre anni.
Secondo il segretario della Funzione pubblica Cisl, Giovanni Faverin, «per un rinnovo integrale dei contratti pubblici sono necessari, nel triennio, fra i 7 e gli 11 miliardi». Troppi per Padoan.

Matteo vuole un ”Sì” per chiudere i conti a Bruxelles

Renzi ha già fatto sapere che la vittoria al referendum del 4 dicembre non è un punto d’arrivo, ma «il punto di partenza per andare in Europa e dire quali riforme servono».
L’UE SI SCOPRE CAUTA. Toni meno imperativi invece arrivano da Bruxelles.
Dopo l’effetto boomerang seguito allo schierarsi di Jean-Claude Juncker contro la Brexit, si guarda a questioni simili con maggiore cautela.
Non a caso il commissario europeo per gli Affari economici e monetari Pierre Moscovici, sia ai microfoni di Class Cnbc sia al Corriere della sera, ha dichiarato: «È il popolo italiano che deve fare le sue scelte, ma come ho già detto c’è bisogno di riforme forti in Italia e tali riforme sono anche collegate alla struttura dell’economia, del sistema giudiziario e anche alla struttura istituzionale perché quando le istituzioni funzionano bene e sono capaci di mostrare chiare scelte allora ti senti più forte».
IL PSE FA ARRABBIARE D’ALEMA. Più chiaro l’appoggio al ”Sì” del Partito socialista europeo, al quale appartiene anche Matteo Renzi.
Una scelta che ha fatto imbufalire il presidente della Fondazione del Pse, Massimo D’Alema, che ha parlato di indebita interferenza.
TIMORI DI UN CICLONE TIPO BREXIT. Perché a Bruxelles temono che una vittoria del ”No” abbia effetti deflagranti per l’Europa unita maggiori di quella della Brexit.
E questo assunto è presente anche al tavolo delle trattative tra Roma e Bruxelles sulla nostra manovra di bilancio.
A leggere la lettera inviata dalla Commissione a Padoan si comprende facilmente che non tornano i conti in una finanziaria dove almeno 5 miliardi sono legate a una tantum.
Ma nonostante questa durezza degli atti formali, lo stesso Moscovici ha fatto intendere che la Ue si accontenterebbe di vedere il deficit per il 2017 passare dal 2,3 al 2,2%, nonostante negli anni scorsi l’Italia si era impegnata a non andare oltre l’1,8%.
IL PREMIER PRONTO A RILANCIARE. Matteo Renzi l’ha capito bene e alza il tiro, incurante che il 30 novembre, a quattro giorni dal referendum, l’Unione europea attenda modifiche sostanziali alla legge di bilancio.
Ma il voto di dicembre non ha effetti soltanto sui conti dell’Italia.
Se Renzi la sfanga, avrà più forza per portare avanti la sua agenda europea, che dal semestre italiano in poi non hanno mai avuto molto seguito tra i partner.
Nel carniere vanno inserito una piattaforma sull’immigrazione più ambiziosa (per esempio con una vera ridistribuzione dei migranti sbarcati sulle nostre e sulle coste greche), il superamento del Fiscal compact con il calcolo degli obiettivi di finanza pubblica in base alle cosiddette “condizioni potenziali” fino alla nascita di una garanzia sui depositi bancari, che alleggerisca le rigide norme sui fallimenti introdotte con il Bail in.
Tutte proposte che vedono contrario il principale azionista dell’Ue, cioè la Germania.


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