Jimmy Mubenga come Cucchi

Redazione
16/10/2010

di Lorenzo Berardi Jimmy Mubenga aveva 46 anni ed era un cittadino angolano. Viveva in Inghilterra con la moglie e...

Jimmy Mubenga come Cucchi

di Lorenzo Berardi

Jimmy Mubenga aveva 46 anni ed era un cittadino angolano. Viveva in Inghilterra con la moglie e i cinque figli da tempo. A suo carico una condanna a due anni nel 2006 per lesioni personali in seguito a una rissa avvenuta in un night club. L’uomo non era in regola con il permesso di soggiorno. Per questo motivo si era deciso di rimpatriarlo con un volo di linea.
Mubenga, però, non ha mai lasciato la Gran Bretagna: il volo British Airways 77 che avrebbe dovuto riportarlo in Angola non è decollato. L’uomo è morto per un collasso all’aeroporto londinese di Heathrow nella notte di martedì 12 ottobre.
Mubenga si trovava già a bordo del volo BA77 Londra–Luanda che avrebbe dovuto riportarlo in Angola a seguito della sua espulsione dal suolo britannico. Inutile il tentativo di trasportarlo in ambulanza al vicino ospedale di Hillingdon.
Questo il commento sulla vicenda di un portavoce della UK Border Agency e raccolto dal Daily Telegraph: «Martedì 12 ottobre un detenuto di nazionalità angolana è stato portato in cattive condizioni di salute su un volo in partenza dalla Gran Bretagna. Il personale medico è stato chiamato e l’uomo condotto in ospedale, dove è deceduto».
Tuttavia, le circostanze della morte del 46enne angolano restano ancora da chiarire e lasciano aperto più di un interrogativo. Il caso è stato sollevato dal Guardian ed è ora ripreso dai principali quotidiani britannici, oltre ad avere suscitato l’interesse del Parlamento. L’Independent di sabato 16 ottobre anticipa che il caso porterà alla creazione di un ispettorato esterno per determinare i metodi di detenzione ed espulsione dei richiedenti asilo in Gran Bretagna.

Gli specialisti del rimpatrio

Intervistata dal Guardian nel pomeriggio del 15 ottobre, la moglie di Mubenga, Makenda, ha descritto l’ultima telefonata avuta con il marito, pochi minuti prima dell’imbarco: «Jimmy si preoccupava per i figli. Piangeva e si disperava. Mi diceva, se vado là, come posso fare con i bambini? Lotterò per restare qui. Come posso tornare in Angola quando la mia famiglia è in Inghilterra?». E Mubanga ha lottato. Nel folle e disperato tentativo di non farsi imbarcare, ha tentato di opporre resistenza fisica e verbale agli agenti di G4S che lo avevano preso in consegna in aeroporto.
Quotata alla Borsa di Londra, G4S è una società di sicurezza britannica che ha stipulato un accordo con l’Home Office del governo inglese, assicurandosi l’appalto per la presa in custodia e il trasferimento degli immigrati colpiti da procedimento di espulsione. Nel giugno del 2009, in Australia, i metodi della compagnia vennero duramente criticati per la morte di un uomo d’origine aborigena in seguito a un attacco cardiaco. L’uomo era stato arrestato per guida in stato di ebbrezza e venne trasportato in prigione su un furgoncino surriscaldato privo di acqua e aria condizionata attraverso il deserto australiano.

Il precedente

Oggi le tecniche di custodia adoperate da G4S tornano al centro delle accuse. Come riferisce il Guardian del 16 ottobre, sono infatti quattro i testimoni oculari che si trovavano a bordo dell’aereo e hanno riferito di avere visto Mubenga «pesantemente tenuto sotto controllo» dalle sue guardie di custodia. Altri passeggeri testimoniano di avere udito il prigioniero Mubenga gemere e lamentarsi, ma nessuno è potuto intervenire per fermare l’agonia dell’uomo.
Lo stesso Guardian ricorda come la morte di Mubenga non è un caso isolato in Gran Bretagna. Nel 1993 una donna quarantenne, Joy Gardner, morì nella propria casa londinese a seguito dei metodi adoperati dei poliziotti della “squadra di espulsione” che vi avevano fatto irruzione per prelevarla e riportarla in Giamaica. In quella occasione, la donna venne legata, immobilizzata e soffocata con nastro adesivo morendo per soffocamento.
Proprio a seguito di tale episodio il governo decise di escludere la polizia dalle operazioni di rimpatrio, affidandone l’incarico a soggetti privati, come G4S.

Le testimonianze dei passeggeri

Uno dei figli di Mubenga, il 16enne Roland, chiede che «la verità venga fuori» appellandosi ai testimoni che anno assistito alla morte del padre. E le testimonianze di Kevin, Ben, Andrew e Michael, i quattro passeggeri che hanno già raccontato la propria versione dei fatti agli inquirenti, raccolte dal Guardian, possono già permettere di ricostruire gli ultimi attimi della vita di Mubenga.
Ben ha raccontato che il prigioniero era circondato da tre agenti e continuasse a gridare «mi stanno uccidendo» mentre «due uomini lo tenevano fermo sul sedile schiacciandolo con il proprio peso».
Andrew, invece, ricorda: «quell’uomo diceva che non riusciva a respirare, ma la sua voce perdeva vigore mano a mano che il tempo passava. Non ho udito alcun suono di lotta, né calci né pugni. Tutto ciò che ho visto era sempre la stessa scena: due uomini seduti sopra a qualcuno».
Kevin Wallis era il passeggero più vicino a Mubenga separato dalla scena solo da un corridoio: «in tre lo trattenevano con forza eccessiva mentre lui continuava a ripetere di lasciarlo andare perchè non riusciva a respirare. A un certo punto uno degli agenti ha misurato il polso del prigioniero, ma non ha sentito alcun battito. Poi è arrivata l’ambulanza. Non so se Mubenga fosse già morto quando l’hanno portato fuori dall’aereo».
Gli inquirenti di Scotland Yard sono già al lavoro per accertare su chi ricadano le responsabilità di questa tragica espulsione. Gli esiti di questa inchiesta potrebbero portare a rivedere quella severa politica di rimpatrio che è uno dei caposaldi del governo Cameron.