Stefano Graziosi

I poteri forti che spingono Biden verso le elezioni Usa del 2020

I poteri forti che spingono Biden verso le elezioni Usa del 2020

02 Marzo 2019 11.01
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Joe Biden sarebbe pronto a scendere in capo per la nomination democratica del 2020. Non soltanto l’ex vicepresidente di Barack Obama non ha mai celato di nutrire serie ambizioni presidenziali. Ma, nonostante il silenzio degli uffici stampa, avrebbe iniziato – secondo i ben informati – a contattare una serie di finanziatori, proprio per predisporre l’organizzazione della imminente campagna elettorale.

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Lui, al momento, nicchia e sostiene di non aver sciolto le riserve. Tuttavia, sembra fortemente intenzionato a presentarsi, con la speranza di assumere sin da subito la posizione di front runner nel mezzo di una rissosa pletora di candidati. Anche grazie al ricorso a grandi finanziatori, che da anni bazzicano la corte dell’ex vice presidente ma non sono necessariamente garanzia di vittoria.

L'IMPOPOLARITÀ DEL RICORSO A GRANDI FINANZIATORI

A partire delle Presidenziali del 2016, il sostegno economico da parte di miliardari o grandi realtà aziendali non viene visto con particolare simpatia. Nel corso delle ultime primarie democratiche, il senatore socialista Bernie Sanders criticò più volte Hillary Clinton per gli aiuti da lei ottenuti da Wall Street. In campo repubblicano, Donald Trump attaccò ripetutamente l’ex governatore della Florida Jeb Bush per lo stesso motivo. In tal senso, con le primarie democratiche del 2020 alle porte, quasi tutti gli attuali candidati starebbero cercando il sostegno dei piccoli donatori, evitando al contrario il supporto (sempre più impopolare) fornito dai finanziatori di grosso calibro. Un elemento che manifesta il chiaro obiettivo di accattivarsi le simpatie dell’elettorato maggiormente vicino alla sinistra dem. Basti pensare che la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar ha dichiarato di aver raccolto 1 milione di dollari in piccole donazioni appena tre giorni dopo l’annuncio della propria candidatura.

YOUNG CONAWAY E BANK OF AMERICA TRA GLI SPONSOR DI BIDEN

Biden, dal canto suo, non sembra troppo a proprio agio con le micro-donazioni. Stando a quanto riporta il Center for Responsive Politics, quando si candidò alle primarie democratiche del 2008, l'allora senatore del Delaware raccolse 13 milioni di dollari, per lo più da donatori che versarono circa 2.300 dollari: il massimo che un singolo finanziatore avrebbe potuto dare a un candidato in quel momento. I suoi sponsor più importanti quell’anno erano soggetti che lavoravano, tra gli altri, presso lo studio legale del Delaware Young Conaway, la Bank of America e l’Adler Group, attivo nel real estate. In occasione della sua campagna per la rielezione al Senato nel 2002, raccolse invece fondi per oltre 4 milioni di dollari, laddove i piccoli finanziatori svolsero un ruolo pressappoco irrilevante. La galassia che – nel corso degli anni – ha dato maggior sostegno a Biden risulta principalmente costituita da studi legali, studi di lobbying e aziende legate al settore immobiliare.

LA COLLABORAZIONE CON BLUE STATE DIGITAL

Secondo la Federal Election Commission, tra novembre e dicembre il suo comitato – o Pac (Political action committee) – American Possibilities avrebbe ricevuto donazioni che vanno da un minimo di 3 a un massimo di 5 mila dollari. Inoltre, stando a quanto ha recentemente riportato Politico, durante la campagna delle elezioni di metà mandato del 2018, Biden avrebbe raccolto più denaro di qualunque altro suo potenziale rivale nella corsa per la Casa Bianca. Per quanto, a differenza di molti suoi avversari, ne avrebbe poi impiegata la maggior parte per se stesso. Il suo Pac avrebbe dato ai candidati dem del 2018 appena un quarto degli oltre 2 milioni di dollari raccolti e usati durante le midterm. Allo stesso tempo, avrebbe speso mezzo milione di dollari in siti web e annunci digitali per rafforzare la propria presenza online e raccogliere fondi da piccoli donatori in vista del 2020. A questo scopo, l’ex vicepresidente sta collaborando con Blue State Digital: un’azienda di strategia digitale che lavorò per le campagne presidenziali di Obama nel 2008 e nel 2012.

UN TUTT'UNO CON L'ESTABLISHMENT DI WASHINGTON

Che l’ex vicepresidente sia considerato un esponente dell’establishment di Washington non è un mistero. Non solo per la lunga carriera da senatore o per la sua attività alla Casa Bianca, ma anche per alcune sue scelte politiche controverse. Alcuni analisti hanno rilevato che il voto dato nel 2002 a favore dell’invasione dell’Iraq potrebbe creargli oggi non pochi problemi, davanti a elettori sempre più orientati verso posizioni isolazioniste e contrarie a una politica estera interventista. Senza poi dimenticare che, qualora scendesse in campo, Biden cercherebbe prevedibilmente di puntare al centro, nel contesto di una campagna elettorale che si annuncia tuttavia dominata da candidati (e tematiche) molto più legate al mondo della sinistra. In altre parole, Biden può subire la stessa tipologia di attacchi che si trovò a fronteggiare Hillary Clinton nel 2016. Con il rischio di replicare le sconfitte alle primarie democratiche del 1988 e del 2008.

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