Il repulisti di Johnson nel governo del Regno Unito

In una notte fuori i ministri leali a May e al rivale Hunt. E via i Tory scozzesi anti-Brexit. Una lobbista filo israeliana agli Interni. Euroscettica e ultraliberista come il nuovo titolare degli Esteri.

25 Luglio 2019 19.46
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Dal repulisti immediato di Boris Johnson tra ministri e quadri del partito traspare l’agenda di governo promessa: Brexit subito, anche hard; mano libera agli Stati Uniti e a Israele in politica estera; zero margine di trattativa con chi non siede a Downing Street e non la pensa come il nuovo esecutivo. Proprio lì la premier scozzese Nicola Sturgeon, socialdemocratica ed europeista, ha fatto recapitare una lettera con una nuova richiesta di referendum sull’indipendenza. Ancor prima che il neo primo ministro britannico presentasse la squadra di governo al completo. Sturgeon ha ricordato i «100 mila posti di lavoro a rischio in Scozia con una Brexit senza accordo», e prima di mettere in moto l’assemblea di Edimburgo propone una moratoria estiva per parlarne. Ma Johnson si comporta – con tutti – come se non ci fosse niente da discutere. A riguardo, ha licenziato in nottata il segretario di Stato per la Scozia David Mundell, in carica da nove anni e tra i più moderati tra i conservatori (Tory). «Consigliere fidato di due premier, portatore spesso di calma nei tempi più turbolenti» ha twittato alla notizia la leader dei tory scozzesi Ruth Davidson. Sempre più ai ferri corti con Johnson.

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Il nuovo ministro degli Esteri del governo di Boris Johson, Dominic Raab. GETTY.

LA PURGA SCOZZESE E QUELLA DI HUNT

Johnson – ex cittadino americano – si comporta più da governatore inglese che da premier britannico o da leader dei Tory. Ha ricevuto un ampio mandato dal partito (il 66% dei sì, con un’affluenza dell’87% degli iscritti), ma quel terzo dei Tory che non lo ha voluto come successore di Theresa May viene soprattutto da nazioni del Regno Unito contrarie all’uscita dall’Ue. Come la Scozia e, in misura minore, l’Irlanda del Nord. Nonostante ciò Johnson non sembra preoccuparsi del rischio di disgregazione statale, innescato proprio dal referendum sulla Brexit che fu indetto dal più moderato, all’apparenza, e meno spericolato David Cameron.

Staremo meglio fuori dall’Ue, liberi di commerciare più energicamente con mercati in crescita come l’Asia o l’America latina

Dominic Raab

Anche a detta della cerchia dei nuovi ministri suoi fedelissimi, il nuovo premier «ha solo agito con decisione», spazzando via la metà dei membri del gabinetto May. È diventato un dettaglio che Johnson non sia legittimato dal voto popolare, attraverso nuove Legislative. Ma sia arrivato al potere scalando il partito. Subito etichettato in Iran come il clone di Trump, nella purga al rimpasto di governo il premier britannico è stato anche più rapido del tycoon della Casa Bianca. Naturalmente ha piazzato all’istante agli Esteri – del candidato rivale Jeremy Hunt per la leadership – l’euroscettico Dominic Raab.

LA POLTRONA CHIAVE DEGLI ESTERI

Già ministro per la Brexit del governo May, a novembre del 2018 Raab si dimise con un annuncio via Twitter, in aperta opposizione sull’esito dei negoziati con l’Ue. Grosso supporter della campagna per il Leave nel 2016, ha detto che a Bruxelles si facevano «troppo concessioni». In un’intervista sulla Brexit Raab ha dichiarato: «Staremo meglio fuori, liberi di commerciare più energicamente con mercati in crescita come l’Asia o l’America latina». Sulle politiche di Donald Trump si è mantenuto finora cauto, pur biasimando l’ex ambasciatore britannico negli Usa che lo aveva criticato. Ma Raab, 45 anni, avvocato e di padre ebreo, potrà tornare utile a Johnson anche come partner del Regno Unito nel cosiddetto nuovo piano di Trump sul conflitto israeliano-palestinese. Ancora 20enne, dopo la laurea fu per alcuni mesi advisor a Ramallah di un negoziatore palestinese degli accordi di Oslo. E dal 2000 fu parte di una squadra del Foreign Office all’Aja e poi a Londra per la questione palestinese e di altri contenziosi territoriali. Al ministero per l’Uscita dall’Ue Johnson ha lasciato l’erede di Raab, Stephen Barclay. Ma è percezione diffusa che dall’insediamento Barclay si occupi soprattutto delle procedure interne, e non faccia da ponte con l’Ue.

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La ministro dell’Interno Priti Patel del nuovo governo di Boris Johnson. GETTY.

LA LOBBISTA THATCHERIANA AGLI INTERNI

Un altro ministero subito blindato da Johnson sono gli Interni. Spostato all’Economia l’ex banchiere Sajid Javid, la poltrona è passata dalla thatcheriana Priti Patel. Anche la 47enne di origini indiane, dell’ala più a destra dei Tory, figurava tra i ferventi della mobilitazione per la Brexit di Johnson. Vicina alle grandi lobby industriali, da ministro per lo Sviluppo internazionale (2016-2017) del primo governo May Patel fu al centro di uno scandalo, per incontri segreti avuti con membri del governo israeliano. È la prima ministra agli Interni appartenente a una minoranza etnica: come con Javid, musulmano figlio di immigrati pachistani mantenuto nel gabinetto, Johnson può dare un’impronta di multiculturalismo al team. Un altro fuoriuscito dal governo May per i sospetti di rivelare segreti sulla sicurezza, appena tre mesi fa, è della squadra: l’ex ministro alla Difesa Gavin Williamson, assegnato al dicastero dell’Istruzione. Viceversa Ben Wallace, ex ministro alla Sicurezza e già capitano delle forze armate, è stato promosso alla Difesa per il sostegno dato a Johnson questi mesi. Epurati invece i ministri e i sottosegretari del tandem May-Hunt. E dentro, se c’erano dubbi, il capo della campagna vincente per il Leave Dominic Cummings, da luglio 2019 il Rasputin di Downing Street .

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