Salvini, Johnson e una strategia a doppio taglio

Per il leader della Lega e per il premier britannico avere componenti internazionali nel proprio piano è pericoloso. Entrambi rischiano di pagarne il prezzo. Già tra pochi mesi.

11 Agosto 2019 14.00
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Uno dei limiti del neonazionalismo è quello di pensare in termini antichi, adatti ai tempi di una volta, quando le reazioni dei Paesi vicini impiegavano settimane a manifestarsi davvero perché le notizie viaggiavano lente. Era così, più o meno, fino a un secolo fa, prima della radio. Nel mondo di oggi poi è ancora molto meno facile distinguere i fatti nostri dai fatti di tutti, in particolare in un’Europa che ha quasi 40 Stati sovrani, se ci si ferma agli attuali confini orientali della Ue, ma su un territorio che è non molto più della metà di quello degli Stati Uniti (Alaska e Hawaii escluse). Due Paesi in particolare, Regno Unito e Italia, offrono al momento un caso puntuale di nazionalismo giocoforza internazionalizzato.

A 38 mesi dal referendum sulla Brexit, fine giugno 2016, Londra non è ancora riuscita a sganciarsi dall’Unione europea prima di tutto perché i legami sono infiniti dopo più di 40 anni di Trattati e adesioni a un sistema legale commerciale e cooperativo sovranazionale di enorme portata e senza pari al mondo, e poi perché ammesso che la volontà di uscire sia ancora, nei numeri, quella espressa 38 mesi fa, non c’è intesa su che cosa significhi “uscire”: da tutto, o solo da alcuni aspetti più politici mantenendo ad esempio l’unione doganale o altro? Il Parlamento non ha trovato una maggioranza per rispondere a questo quesito e per tre volte quindi ha bocciato il piano di uscita concordato con la Ue dall’ex premier Theresa May. Il quesito referendario del 2016 parlava di una generica “uscita” e di una ritrovata libertà e l’ambiguità usata per convincere al leave era che sarebbe stata mantenuta comunque, forse, l’unione doganale, anche se poi si è deciso che questo avrebbe mantenuto troppe costrizioni sulla libertà di azione commerciale di Londra.

VERSO LA HARD BREXIT

Salito alla guida del governo dopo la May, Boris Johnson ha comunque annunciato un’uscita, che chiaramente sarà hard cioè non concordata, entro il 31 ottobre, data fissata dall’ultimo rinvio. Hard vuol dire senza accordo doganale ad interim, le frontiere e tutte le vecchie procedure immediatamente ritornano in un sistema ormai da 20 e più anni diventato fluido, senza controlli. Ma il governo Johnson è di minoranza, in carica grazie all’appoggio dei 10 deputati unionisti dell’Irlanda del Nord, che vorrebbero insieme sia la Brexit che frontiere aperte fra le due Irlande, cosa impossibile senza il cosiddetto back stop, per Johnson inaccettabile. Probabilmente un voto di sfiducia programmato dagli oppositori, anche conservatori, per settembre lo costringerà a indire, dopo 14 giorni senza una nuova maggioranza, nuove elezioni secondo le regole instaurate nel 2011.

Che sia Cummings, un unelected official, a condurre le danze dopo la durissima polemica dello stesso Johnson contro gli unelected official di Bruxelles, è tragicomico

Ma la data, in tempi stretti, è stata lasciata dalle nuove regole a scelta del premier, e Dominic Cummings, lo stratega che diresse la campagna del leave tre anni fa ed è stato chiamato a guidare con pugno di ferro il “gabinetto di guerra” di Downing Street a fianco di Johnson, ha suggerito i primi di Novembre, dopo la hard Brexit del 31 ottobre quindi e quando gli effetti delle nuove barriere doganali con la Ue potrebbero essere non ancora così evidenti e gravosi. Sarebbe comunque un governo sfiduciato a mettere in atto la hard Brexit giustificata dal voto referendario ma mai approvata dal Parlamento, e questo potrebbe avere varie complicazioni. Che sia poi un Cummings, un unelected official, a condurre le danze dopo la durissima polemica dello stesso Johnson contro gli unelected official di Bruxelles, è tragicomico.

I RISCHI DELL’AMBIGUITÀ LABURISTA

Si tratta di vedere comunque che Parlamento uscirebbe dal voto di novembre. La situazione è complicata da una leadership laburista da sempre incerta tra lo scegliere il remain come grimaldello per battere i conservatori e il dare spazio alla propria anima pro Brexit, non condivisa dal 90% dei deputati e che vede il leader Jeremy Corbyn, alcuni suoi strettissimi alleati e soprattutto il suo stratega, l’ex giornalista di estrema sinistra Seumas Milne, convinti che una Bruxelles troppo pro business frenerebbe il piano di un Regno Unito socialista che loro hanno in mente e che mai, probabilmente, l’elettore inglese gli concederà. È un’altra comica nella quale molti conservatori sono pro Brexit perché Bruxelles non è abbastanza liberista mentre il gruppo Corbyn è cripto (ma neanche tanto) Brexit perché Bruxelles è troppo liberista. Al voto di novembre, stando agli ultimi sondaggi, i laburisti se restano ambigui potrebbero benissimo finire terzi dopo i conservatori e i liberaldemocratici, rilanciati dall’essere apertamente pro Ue, come si è visto al voto per l’europarlamento e in un paio di suppletive.

NON UNA QUESTIONE SOLO NAZIONALE

Il voto potrebbe portare i conservatori fuori dal potere, a favore di una coalizione favorevole a un secondo referendum. I risultati della nuova consultazione popolare confermerebbero o cancellerebbero la Brexit. Del resto il referendum del 2016 cancellava quello, molto favorevole al Mec, del 1975. Quindi, alla fine, un happening senza fine sotto gli occhi dell’intera Europa e del mondo. Difficile sostenere che è una questione solo nazionale, perché lo spettacolo è pubblico e le conseguenze, comunque vada, sono molto grosse per tutti, in Europa prima di tutto, e poi per un’America trumpiana che vuole con l’uscita di Londra assestare un colpo alla Ue, e lo fa senza considerare che anche una Russia putiniana vuole la stessa cosa per motivi diversi.

SALVINI E IL “FRONTE DEI POPOLI”

Meno spettacolare dello show inglese, e comunque meno seguito perché Roma non è Londra, anche l’Italia ha oggi il suo teatrino a beneficio di un pubblico internazionale. Primo attore e capocomico è Matteo Salvini, e quella che sembra ormai una vera crisi di governo con elezioni a inizio autunno (ma riserviamoci fino a fatto compiuto un briciolo di scetticismo) crea una sorta di asse ideale Salvini-Johnson da giocare tutto in chiave anti-Ue. A dimostrazione che il neo nazionalismo salviniano ha un forte fronte internazionale va ricordato che Salvini ha fatto della Lega a partire dal 2013, anno della sua prima segreteria, la componente italiana di un “fronte dei popoli” anti euro, anti Ue e anti-“poteri forti” e per la “sopravvivenza dei popoli”. Ha ribadito il tutto più compiutamente nel “Programma per la candidatura alla Segreteria federale” per la rielezione del maggio 2017, dove si omaggia tra l’altro e si parteggia «per la Russia di Putin». Si può guardare con simpatia a un leader che vuole ricostruire la potenza di una grande nazione sprofondata nel fallimento comunista, non si può automaticamente ritenere, come sempre fa Salvini, che poiché Putin è per le glorie del suo popolo questo lo rende amico del nostro. Dipende dagli interessi in gioco.

LE DUE SCONFITTE DEL LEADER LEGHISTA

Salvini ha subìto due importanti sconfitte, accanto a varie vittorie sul fronte interno, e sono sconfitte internazionali dalle quali potrebbe cercare di ora rifarsi con un mandato popolare forte e chiaro e con una ascesa alla premiership. La sua visione di un euro che implode e soprattutto di una Ue che si sbriciola per la “rivolta dei popoli” doveva avere nel voto per l’europarlamento del maggio 2019 una forte conferma e invece i sovranisti sono rimasti come seggi, a livello complessivo, assolutamente fermi alle posizioni del 2014, anno della loro vera avanzata. L’unica differenza in seggi la fanno quelli in più, oltre 20, conquistati in Italia dalla Lega. La seconda sconfitta di Salvini, sempre sul fronte internazionale Ue che è poi anche un fronte interno, c’è stata con il bilancio pubblico 2019 che ha dovuto recepire le tanto contestate regole Ue. La presenza fisica del ministro Giovanni Tria ricorda ipso facto le regole Ue che a Salvini hanno ricordato anche i suoi alleati di Visegrad, Viktor Orbán in testa.

Quella euroasiatica è una vecchia teoria rinverdita in chiave iper nazionalista e con chiare ascendenze nel pensiero tradizionalista e nazionalista

C’è poi l’incidente del Metropol di Mosca, la registrazione delle trattative per un finanziamento politico, e l’intero dossier dei rapporti della Lega salviniana con il mondo dell’euroasiatismo russo. Quella euroasiatica è una vecchia teoria rinverdita in chiave iper nazionalista e con chiare ascendenze nel pensiero tradizionalista e nazionalista europeo, sconfinato poi spesso nel fascismo e nazismo, e basata sul concetto di centralità della Russia nella grande massa di terra euro-asiatica. Come si vede, anche sul piano delle dottrine i confini della Padania salviniana arrivano al Don al Volga e persino allo Jenisei e all’Amur. E ora, con Johnson al n.10 di Downing Street, al Tamigi.

UNA TRIADE AL BIVIO

Un giornale fiancheggiatore come La Verità vede un asse Trump-Johnson-Salvini per umiliare Bruxelles e scardinare la Ue e non si può escludere che le alte probabilità di un voto britannico in autunno abbiano in qualche modo pesato sull’ipotesi crisi di governo italiana, se ci sarà, oltre alle prioritarie considerazioni di calendario interne e alla possibilità di andare alla guerra con un governo tutto leghista o quasi sulla finanziaria 2020. Vedremo, in questo caso, la punizione dei mercati all’Italia, cioè ai nostri risparmi. I casi sono due: o la triade Trump-Johnson-Salvini segna un punto, o i due europei e un poco anche Trump si rompono il naso. Avere componenti internazionali nella propria strategia è un’arma a doppio taglio. Fra tre mesi al più tardi potremmo averlo scoperto.

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