José, la fiesta è finita

Gea Scancarello
28/09/2010

La Spagna si ferma contro la riforma del lavoro. Anche il re incrocia le braccia.

José, la fiesta è finita

Per José Luis Rodriguez Zapatero, premier spagnolo di estrazione socialista, il D-Day è il prossimo 29 settembre. Si compirà allora l’incubo di tutti quelli cresciuti, come lui, con il mito del proletariato, dei lavoratori e della giustizia sociale: lo sciopero generale convocato unitariamente dai sindacati nazionali contro una riforma del lavoro votata a colpi di maggioranza. La sua.
La protesta è la quinta di questa importanza convocata in Spagna e, secondo le previsioni, paralizzerà a ogni livello il settore pubblico e privato. Persino il re Juan Carlos con il figlio Felipe, per tradizione non interventisti nelle vicende interne, hanno deciso che si asterranno dagli impegni ufficiali, in solidarietà con i manifestanti. 
Oggetto della contestazione la legislazione approvata a giugno, con i soli voti del Partito socialista obrero español (Psoe), per rendere meno rigido il mercato del lavoro: secondo la classifica del World economic forum, l’organizzazione internazionale che si occupa di politiche economiche, il Paese si attesta attualmente al 130esimo posto su 139 come flessibilità dei contratti.
Per recuperare competitività, il primo ministro ha abbassato gli indennizzi per i licenziamenti e ridotto il divario tra quelli legati ai rapporti a tempo indeterminato e determinato, in modo da cercare di reindirizzare le scelte delle imprese; le aziende in difficoltà, inoltre, potranno ridurre tout court l’entità dell’indennizzo secondo uno schema prefissato.

Tutti scontenti

Se i sindacati giudicano la disciplina lesiva dei diritti dei lavoratori, in parlamento la destra ha bollato la riforma come poco coraggiosa, perché incapace di incidere realmente sulle dinamiche che hanno creato una distorsione del sistema, come l’alto valore e l’eccessiva durata del sussidio di disoccupazione, che rende spesso preferibile al lavoratore non cercare un’altra occupazione. Un problema non da poco in un Paese in cui il 20% della popolazione non ha un impiego.
Zapatero conosce bene entrambe le critiche, e probabilmente in parte le condivide, come conferma la scarsa determinazione con cui il suo governo ha difeso la manovra dagli attacchi. Ma la crisi finanziaria greca dello scorso giugno e le pressioni internazionali perché la Spagna non facesse la stessa fine lo hanno costretto a una accelerazione sulla materia, dopo lunghe e infruttuose trattative con i sindacati.
Sempre più solo, il primo ministro non può che raccogliere i cocci dei propri sogni di equità, fatti a pezzi dalla piazza. Si barricherà nel palazzo, toccherà il fondo e poi, forse, studierà com risalire.