La triste cacciata da Roma di José Mourinho, narcisista stanco e re del lamento

Pippo Russo
16/01/2024

Più corrida che gioco, più calci che calcio. Lascia la Capitale dopo la vittoria di una Conference. Ma con uno stipendio da 7 milioni netti più bonus e il terzo monte ingaggi della A era nono, dopo aver sempre mancato la qualificazione in Champions arrivando dietro la Lazio. I tifosi lo adoravano: lo rimpiangeranno?

La triste cacciata da Roma di José Mourinho, narcisista stanco e re del lamento

Sempre più Normal One. L’avventura di José Mourinho sulla panchina della Roma finisce con un esonero a metà della terza stagione, e in fondo è già un passo avanti. Perché nelle ultime due esperienze prima di approdare nella Capitale, spese sulle panchine di Manchester United e Tottenham, il portoghese non era arrivato a completare la seconda stagione. E se alla lista si aggiunge la risoluzione contrattuale col Chelsea, arrivata nel pieno della terza stagione, fanno quattro interruzioni anticipate del rapporto contrattuale maturate consecutivamente.

La triste cacciata da Roma di José Mourinho, narcisista stanco e re del lamento
Un mural di Mourinho per le vie di Roma (Getty).

Esonero con «effetto immediato»: l’impellenza di liberarsi di una figura ormai scomoda

Un curriculum che non mente al di là di ogni chiacchiera. E se la fine era nota, dato che nessuno metteva in dubbio al conclusione del rapporto fra l’uomo di Setúbal e la società giallorossa al termine della stagione, a stupire sono il tempo e il modo. Perché l’ex Special One è stato messo alla porta con uno stringato comunicato alle nove e mezza di mattina di un Blue Tuesday, pieno mese di gennaio, con l’uso di una formula («con effetto immediato») che indica un’impellenza di liberarsi della presenza ormai diventata scomoda. Anche a costo di mandare definitivamente in malora una stagione fin qui deprimente.

Perché a questo punto forse è meglio resettare, prendendosi il rischio di fare peggio, piuttosto che trascinare un rapporto a rischio di diventare avvelenato. Del resto, lo confermano le parole di Friedkin padre e figlio che si sono dovuti scomodare a far sentire la loro voce nella formulazione del comunicato ufficiale. Hanno parlato di un cambiamento immediato ormai necessario. Mancava solo che aggiungessero la formula «fuori in 30 secondi», ma il senso era questo.

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Due tifose davanti al disegno dell’artista Harry Greb che ritrae Mourinho con la Conference League vinta (Getty).

La collaudata arte del lamento, quel filo di barba e i vestiti sempre scuri

Dunque tutto quanto è avvenuto in modo brusco, ma per chi conosce le traiettorie dei precedenti esoneri i segnali erano chiari. E quei segnali erano dati da ciò che possiamo definire “le ombre sbagliate”. Che per un uomo ombroso per natura sono l’indice più potente di qualcosa che non va in un modo non più rimediabile. Le ombre sbagliate sono quelle del Mourinho che d’improvviso smette di alzare la voce, mettendo da parte anche la collaudatissima “arte del lamento“. Che lascia crescere il velo di barba e prende a vestire invariabilmente di nero. E che infine si piazza in un angolo della panchina come volesse dire «non gioco più».

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Mourinho con un filo di barba e sempre vestito di scuro, la sua ultima (e triste) versione romanista (Getty).

Era al capolinea, ma anche prendersi la briga di mollare è esercizio troppo usurante

Un atteggiamento da manuale del narcisista stanco, quello che vuol essere mollato perché anche prendersi la briga di mollare è esercizio troppo usurante per i suoi livelli di degnazione. Il Mourinho delle ultime settimane romane era esattamente questo: un uomo che stava abitando le sue ombre sbagliate, che da lì si affacciava in attesa di vedere sul vialetto il taxi che lo portasse all’aeroporto. Ha fatto in modo di andarsene prima anche di Tiago Pinto, il connazionale che lascerà il ruolo di direttore sportivo il 3 febbraio.

E chissà cosa dirà prima di salutare Roma. Sempre che decida di dire qualcosa, perché proprio qui c’è un altro aspetto curioso. L’ultima partita da allenatore della squadra giallorossa (Milan-Roma di domenica 14 gennaio) il tecnico portoghese l’ha vissuta in tribuna, per squalifica. Motivo per cui non ha partecipato al rito delle conferenze stampa post-partita. Per l’allenatore che più di ogni altro al mondo ha mostrato capacità comunicative è stato un finale Mouto. Altro segnale di quanto le cose per lui siano cambiate.

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Uno striscione esposto dai tifosi della Roma a Tirana, in occasione della finale di Conference League del 2022 (Getty).

Cosa rimane: in bacheca la prima Conference League della storia

Come suo sostituto alla guida tecnica è stato scelto Daniele De Rossi. Che significa, salvo una straordinaria ripresa della squadra in questo girone di ritorno appena iniziato, avere optato per un traghettatore. Di sicuro ci sarà da ricostruire parecchio, perché come altrove il passaggio di José Mourinho lascia un vuoto. L’uomo prosciuga energie fisiche e emotive di calciatori, società, tifoserie. E il periodo immediatamente successivo al suo addio richiede difficili assestamenti. Ma il vuoto riguarda anche i risultati sportivi di questo triennio scarso. Che se non è zeru tituli, poco ci manca. In bacheca rimane la prima Conference League della storia. Cui non si è aggiunta l’Europa League, persa a maggio del 2023 al termine di una finale estenuante contro il Siviglia. Per il resto, pura desolazione.

Terzo monte ingaggi della A, eppure guardando la classifica non sembra

Sotto la guida di José Mourinho la Roma ha mancato regolarmente la qualificazione in Champions League come accadeva già sotto la guida del suo connazionale predecessore, Paulo Fonseca. E la terza mancata qualificazione si prospetta. Per la squadra che risulta avere il terzo monte ingaggi della Serie A (e uno stipendio da 7 milioni netti più bonus per il tecnico) è un risultato inaccettabile, e ancor più lo è se si fa il paragone con la Lazio, nella città del derby che dura tutto l’anno: la squadra biancazzurra è arrivata avanti in classifica al termine di entrambe le stagioni di Mourinho, con un piazzamento in Champions. Quanto al gioco, meglio soprassedere. Non è mai stato un suo atout.

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I tifosi della Roma veneravano Mourinho (Getty).

L’unico dato davvero positivo è il tutto esaurito fisso allo stadio Olimpico. Lo hanno chiamato effetto Mourinho. Durante questi due anni e mezzo i tifosi lo hanno adorato, ma nelle ultime settimane le crepe si sono viste anche su quel versante. Era già tutto finito. E forse lasciarsi così bruscamente era l’unica cosa sensata. Chissà se un giorno si rimpiangeranno.