Julian e l’eco del ’68

Redazione
20/12/2010

di Giuliano Di Caro Per Rolling Stone è la rockstar dell’anno (leggi l’articolo). Per un soffio non ha conquistato la...

Julian e l’eco del ’68

di Giuliano Di Caro

Per Rolling Stone è la rockstar dell’anno (leggi l’articolo). Per un soffio non ha conquistato la copertina del Time più ambita, quella del personaggio dell’anno 2010. Per lui avevano votato quasi 400 mila lettori del magazine americano, e soltanto la prudenza della direzione del giornale ha fatto ricadere la scelta su Mark Zuckerberg e i 500 milioni di utenti connessi sulla sua creatura, Facebook (leggi l’articolo sulla copertina dedicata a Zuckerberg). Ma Julian Assange, scelte editoriali a parte, personaggio cambiamondo dell’anno lo è davvero, e incontestabilmente. Nel bene o nel male.

Assange: martire o nemico pubblico?

Ci siamo ormai abituati ad assistere, parallelamente agli attacchi, al processo di martirizzazione del corsaro del web. Quotidianamente guardiamo in Rete o leggiamo dell’ennesima iniziativa a sostegno e supporto al fondatore di Wikileaks: privati cittadini, tecnofili, esponenti della cultura internazionale. Non va dimenticata poi l’attivissima comunità hacker, sempre pronta a coprire le spalle di Assange con i suoi attacchi mirati e spietati nei confronti dei brand e delle istituzioni del campo avverso (leggi l’articolo degli ultimi attacchi degli hacker pro-Wikileaks).
ROBIN HOOD DELL’ERA DIGITALE. Eroe, incursore, rivelatore delle trame del potere, paladino della trasparenza. Ecco come l’immaginario collettivo ha etichettato e rimasticato Mr. Assange, il 16 dicembre scarcerato su cauzione dalla giustizia britannica e confinato, braccialetto elettronico e obbligo quotidiano di firma, agli arresti domiciliari in Sussex, nella villa dell’amico e sostenitore Vaughan Smith. Lettera43.it ha raccolto un punto di vista critico sul controverso Julian, quello del semiologo e scrittore Ugo Volli.

Wikileaks: il ritorno del vietato vietare del ’68

Tocca chiedersi, innanzitutto, se Assange abbia modellato la realtà a sua immagine e hackeristica somiglianza, o se invece sia a conti fatti il risultato di sommovimenti e necessità già presenti nella trama del contemporaneo.
«Assange intercetta una tendenza presente nella società di oggi, che ha in qualche modo generalizzato e riportato in auge alcune parole d’ordine sessantottine, come fantasia al potere e vietato vietare», ha spiegato Volli. Secondo tale retorica chiunque proibisca, anche legittimamente, si cala nella parte del cattivo. E ribellarsi, in quest’ottica, è sempre aprioristicamente giusto.
MR WIKI, SMASCHERATORE DEL POTERE. «In questa immagine costruita di rivelatore dei segreti del potere, Assange», ha continuato il semiologo, «mi fa pensare ad alcuni versi del Foscolo: “Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela / di che lacrime grondi e di che sangue”. Solo che il poeta si riferiva a Machiavelli, uno che il potere lo teorizzava». Assange, invece, il potere lo denuda in pubblica piazza. Svelandone i segreti. Il fatto è che quello dello svelare è tra gli atti più controversi del vivere collettivo. «La vicenda dei cablogrammi conferma uno slittamento di senso non da poco, che pure sembra sfuggire a molti. Wikileaks ha reso pubblici narrazioni, messaggi, intercettazioni, ricostruzioni di singoli diplomatici, dai loro personali punti di vista: non fatti, dunque, bensì interpretazioni. Ma paradossalmente, essendo “svelate”, queste narrazioni sono diventate automaticamente “verità”. In realtà sono semplici opinioni, entrate in un vortice di amplificazioni e deformazioni». Insomma, niente smascheramento di verità segrete. Soltanto esposizione.

Il montaggio narrativo dell’affaire Wikileaks

«Trovo peraltro molto interessante l’accuratissimo montaggio che Assange ha fatto delle rivelazioni, rilasciate con il contagocce allo scopo di fare notizia. Personalmente non ho letto neanche una forma testuale dei cablogrammi, soltanto riassunti, in cui è difficile capire qual è l’opinione e quale il sunto».
IL METODO ASSANGE. Un aspetto, questo, che racconta di una precisa strategia di Assange, tanto nel management della propria immagine che nell’effettiva messa in rete dei documenti. Sulla quale, non a caso, si è ragionato parecchio, specialmente sui media internazionali, anche in riferimento al ruolo dei media partner di Wikileaks, le testate che hanno ottenuto l’accesso ai file.
Secondo Volli, queste commistione e trasfigurazione continue delle parole «sono coerenti con le trasformazioni dell’opinione pubblica, che anche grazie ai social network funziona sempre di più per fiammate, ossia per meccanismi di generalizzazione dell’esperienza, fulminei ma superficiali. È lo spirito del tempo, pienamente in linea con le attuali modalità di comunicazione tra individui».

La società di contropoteri: vince chi dice no

Non sappiamo fino in fondo come Wikileaks abbia iniziato, nè se le teorie che vogliono alcuni servizi segreti coinvolti fin dall’inizio siano vere o false. «Certo è che il Robin Hood del digitale non è trasparente quanto lui stesso vorrebbe fossero i governi e il potere che accusa. Considero le denunce per stupro ad Assange palesemente grottesche e prive di fondamento, ma altro conto sono gli effetti che Wikileaks avrà sul futuro prossimo».
Già, il lungo termine. Oltre ai giudizi sulle azioni del sito di Assange, dall’adesione totale alla ferma condanna, un punto fondamentale è proprio quale nuovo decennio l’operato del martire/fuorilegge Assange consegnerà al futuro della vita pubblica e politica. «Assange e gli hacker che lo sostengono, che ritengo essere veri e propri criminali, intercettano un fatto collettivo dilagante: soltanto i movimenti che dicono “no” funzionano: no ai segreti governativi, al diritto alla riservatezza dei documenti militari e diplomatici, alle tasse, alle guerre in Iraq e Afghanistan, alla riforma sanitaria di Obama, in Italia alla Tav, al premier, alla riforma universitaria».
L’EPOCA DELLA DELEGITTIMAZIONE. L’Occidente, secondo Volli, sta diventando una società che rischia di essere composta e animata esclusivamente da contropoteri. Per il semiologo, allora, è molto più facile, e redditizio in termini di consenso e seguito, proporre delle forme di blocco, di mobilitazione, di smantellamento.
«Come se i Paesi fossero squadre di calcio composte soltanto da terzini. Difficilissimo ormai immaginare delle forme di progettualità alternative, politiche o sociali. Assange è il figlio di questa era, comprende questi meccanismi e li sfrutta efficacemente. L’idea imperante, e terribilmente insidiosa, è che non esistano più meccanismi di potere legittimi, fondamentali per una società libera e democratica. Si sta erodendo la capacità del sistema politico e dello Stato di dare comandi legittimi sulla base di processi legali. In molti, Assange in primis, ragionano secondo una logica privatistica di negazione e ritorsione».

La morte della riservatezza: il potere in una casa di vetro

«Portata alle sue estreme conseguenze, la strategia di Wikileaks porterà all’impossibilità di compiere atti ufficiali regolari. Come se ogni funzionario pubblico dovesse abitare e lavorare in una casa di vetro, trasparente a chiunque. Ma, come in Italia ci insegna il caso Boffo per esempio, è una grave distorsione del concetto sacrosanto di libertà di stampa. Chi mai vorrebbe vivere in una casa di vetro? Nessuno».
CONSEGUENZE CATASTROFICHE. Esclude quindi che i warlog e i cable abbiano portato alla luce elementi indispensabili per l’opinione pubblica? Volli ha considerato controproducenti le leak del sito di Assange. «Temo conseguenze catastrofiche, in questa confusa esposizione pubblica di opinioni e pareri, in questa incapacità collettiva di accettare la riservatezza necessaria allo svolgimento di qualunque affare. Le cose davvero significative diverranno sempre più segrete e l’indispensabile controllo dell’opinione pubblica sarà sempre più difficile da esercitare».