Kabul, è ora di ripartire

Redazione
27/12/2010

da Berlino Pierluigi Mennitti Fosse per i cittadini tedeschi, il ritiro delle truppe dall’Afganistan avverrebbe oggi stesso. La morte di...

Kabul, è ora di ripartire

da Berlino

Pierluigi Mennitti

Fosse per i cittadini tedeschi, il ritiro delle truppe dall’Afganistan avverrebbe oggi stesso. La morte di un volontario impegnato nelle missioni civili di aiuto, avvenuta proprio nei giorni natalizi, ha accentuato questa volontà e riaperto anche fra i politici il dibattito sull’impiego delle truppe della Bundeswehr a Hindukusch, la zona di competenza tedesca.
Come ha osservato la Süddeutsche Zeitung, «l’ultimo caduto nella missione afgana ha riproposto l’eterno dilemma fra sviluppo e sicurezza, l’uno impossibile senza l’altra, ma ora tutti sembrano aver trovato la strada d’uscita da questo impiccio».
LE PAROLE DI KARZAI. È bastata una dichiarazione del presidente Hamid Karzai, sulla volontà degli afgani di riprendersi la responsabilità diretta della sicurezza nel loro paese entro il 2014, per far ruotare l’intero dibattito tedesco su un solo punto: stabilire una data per il ritiro delle truppe. «Gli alleati occidentali hanno colto al balzo l’occasione – nota il quotidiano di Monaco – e in Germania ormai non si parla altro che di strategia di rientro».

La stanchezza degli esponenti politici

Ma la prospettiva di lasciare Kabul non è più di per sé sufficiente, soprattutto per quei partiti come l’Spd che hanno appoggiato la missione (quando venne varata, il socialdemocratico Gerhard Schröder era cancelliere e il verde Joschka Fischer ministro degli Esteri) e oggi dimostrano una certa stanchezza verso quella che ormai anche Angela Merkel, nel suo viaggio pre-natalizio in Afganistan, ha chiamato espressamente «una guerra».
LA DATA DI RIENTRO. I socialdemocratici, di nuovo il 26 dicembre per bocca del capogruppo al Bundestag ed ex ministro degli Esteri nel precedente governo di Grosse Koalition Frank-Walter Steinmeier, hanno legato il loro voto parlamentare favorevole al prolungamento della missione alla definizione da parte del governo di una data certa per l’inizio delle operazioni di rientro delle truppe. E l’attuale titolare dell’Auswärtiges Amt, la Farnesina tedesca, il liberale Guido Westerwelle, forse alla disperata ricerca di qualche appiglio che lo faccia risalire nei sondaggi d’opinione e nella considerazione dei suoi stessi militanti di partito, ha qualche giorno fa già fornito una data, seppure parziale: alla fine del 2011, il contingente della Bundeswer avvierà una prima riduzione. Inutile aggiungere che la sortita di Westerwelle non è affatto piaciuta al ministro Karl-Theodor zu Guttenberg, il quale non vorrebbe farsi dettare la linea da altri colleghi.

Le condizioni per il ritiro del contingente tedesco

Il governo ha posto una condizione, ricorda la Süddeutsche: «Di ritiro si comincerà a parlare quando la situazione a Hindukusch lo permetterà. Ma proprio questa riserva viene deliberatamente dimenticata nel dibattito politico, pur trattandosi del punto saliente. Oggi nessuno è in grado di dire quando la situazione sarà stabilizzata a tal punto da consentire concretamente di parlare di un ritiro. Stabilire una data oggi, quando le condizioni permangono incerte, sarebbe semplicemente controproduttivo e darebbe ai nemici della pace un segnale sbagliato».
IL DILEMMA AFGANO. La china verso cui si sta incanalando il dibattito interno tedesco rischia di sfociare «ancora una volta in una rappresentazione parallela della guerra, come sempre accade quando ci si fissa sui concetti, perdendo di vista la realtà». Lo strabismo mostrato dalla classe politica, con un occhio fisso all’andamento dei sondaggi d’opinione, non aiuterà governo e opposizioni a venir fuori dal dilemma afgano. «Sono invece richieste sincerità e onestà», conclude il quotidiano affondando il colpo nel capoverso finale, «nei confronti dei cittadini e soprattutto dei soldati e di coloro che sono impegnati in quella realtà difficile. La verità spesso fa male, soprattutto quando si tratta di confessare una sconfitta con tutte le sue conseguenze. Se gli occidentali giungessero con fatica a accettare questa conclusione, allora il dibattito sul ritiro assumerebbe tutta un’altra qualità».