Kabul, successo a metà

Alessandro Giberti
17/12/2010

Sull'Afghanistan bilancio Usa contraddittorio.

La guerra in Afghanistan è tanto confusa sul campo quanto intricata tra le carte che dovrebbero chiarirne gli sviluppi. L’annuale rapporto della Casa Bianca presentato il 16 dicembre a Washington presenta apparentemente una situazione positiva: progressi nel Paese, specialmente nella provincia calda di Kandahar, il cui controllo, dopo alterne vicende protrattesi per anni, dovrebbe essere stato assicurato durante gli ultimi mesi (leggi la notizia con le dichiarazioni di Obama).

Progressi «significativi» o «fragili e reversibili»?

La revisione annuale di Casa Bianca e Pentagono, o perlomeno le cinque pagine non coperte da segreto di Stato, è uno sforzo di equilibrismo diplomatico neanche troppo ben riuscito: da una parte si parla di «progressi significativi» sul campo di battaglia, mentre dall’altro si ammette che i miglioramenti sono «fragili e reversibili».
Non solo: su tutti i capitoli in cui si sono registrati progressi aleggia sempre il dubbio. La strategia contro Al-Qaeda sta funzionando anche se «ci sarà bisogno del sostegno del Pakistan». La repressione dei talebani nelle aree più difficili «si sta consolidando» ma, anche qui, il futuro è nella possibilità di «sradicare il network di estremisti». Come? Ancora con l’aiuto del Pakistan (leggi l’articolo sulla strategia Usa in Pakistan).
A questo punto è chiaro un aspetto, come ha notato Fred Kaplan sul sito di news Slate: «Ripulire il Pakistan non è soltanto un ingrediente della nostra strategia in Afghanistan: è una necessità. Senza questo, tutti gli altri successi sono meramente tattici, e probabilmente avranno vita breve».

L’intelligence: «Islamabad non coopera»

E infatti ecco che cosa sostengono due rapporti segreti dell’intelligence americana filtrati al New York Times: «Nonostante i miglioramenti sul campo ottenuti dagli Stati Uniti e dalla Nato, la mancanza di volontà del Pakistan di chiudere una volta per tutte i santuari dei miliziani nelle regioni tribali rimane un ostacolo serio». I militari Usa lamenterebbero la completa permeabilità del confine: i comandanti talebani entrano a proprio piacimento in Afghanistan, piazzano le bombe e combattono le truppe Usa, per poi ritornarsene tranquillamente in Pakistan.
I risultati del report, il National Intelligence Estimates, che rappresenta il punto di vista delle 16 agenzie di intelligence americane, sono decisamente diversi rispetto a quelli definiti nel rapporto della Casa Bianca, anche se al Pentagono ritengono essere sbagliati. Secondo la Difesa americana, l’analisi dell’intelligence si ferma al primo ottobre, e non tiene quindi conto dei progressi registrati nelle sei settimane successive. Inoltre, sempre secondo il Pentagono, il report delle agenzie sarebbe stato scritto dai soliti analisti di Washington con poca, se non addirittura nessuna, esperienza diretta sul campo di battaglia afghano.
Non sembra esattamente così, se è vero che l’intelligence in Afghanistan ha un ruolo ben più importante che di semplice raccolta di informazioni. La centrale di Kabul è la più potente che gli Usa abbiano instaurato nel mondo dai tempi del Vietnam a oggi, e un commando paramilitare afghano costituito da migliaia di uomini è direttamente controllato dalla Cia, la quale, tra l’altro, è anche responsabile degli attacchi dei droni in Pakistan.

Senza il Pakistan è difficile cominciare il ritiro

Il problema è che, come ha scritto Kaplan, «fino a questo momento la leadership politica e militare pakistana non ha avuto intenzione di mutare atteggiamento, per la semplice ragione che considerano l’India, e non i talebani, come la minaccia più grave per la loro esistenza».
Addirittura le autorità di Islamabad quattro mesi fa hanno arrestato 20 leader talebani che stavano negoziando la pace direttamente con il governo afghano. La loro colpa? Non avere informato e coinvolto il Pakistan nelle trattative. È evidente che un atteggiamento di questo tipo si possa spiegare soltanto alla luce della volontà di mantenere, agli occhi dei leader talebani “irriducibili”, un’influenza decisa anche all’interno dei confini territoriali afghani.
È da qui, più che da Kabul e dintorni, che si continua a giocare la partita della guerra in Afghanistan, e insieme la speranza, per il presidente Obama, di potere realmente dare vita all’inizio del ritiro delle truppe già dalla prossima estate, come previsto dai piani ampiamente pubblicizzati dall’inquilino della Casa Bianca.