Keith Richards l’immortale compie 75 anni

18 Dicembre 2018 04.00
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Il bambino grinzoso sta accartocciato sul divano e il suo sguardo non è mai cambiato: ha visto passare ogni avventura, ma la luce brucia ancora d'impazienza malandrina, di entusiasmo curioso e un velo appena di malinconia, perché questo è il blues, il tempo che pare aspettarti e invece ti bracca e tu puoi esser duro fin che vuoi, puoi rinascere dalle tue ceneri, puoi suonare fino a piegarti le dita, ma la musica stessa è fatta di tempo e tu… Tu sai che avrà ragione lui. E prima o dopo lo devi capire: «Sono sobrio da un anno, mi ero stufato di bere, non ce la facevo più. Non è cambiato niente, sono sempre io, però è un'esperienza». Keith Richards a 75 anni si regala il brivido della normalità: se non ce la fai ad ammazzarti in una vita, allora tanto vale restare vivi. Fin che si può. «Ma io non ho mai voluto farmi fuori, non sono mica scemo: la vita è una cosa buffa, ed è bellissima». Settantacinque candelotti di dinamite, altroché; o almeno 75 Marlboro: questo può spegnere oggi Keith, che a ogni compleanno stupisce il mondo solo perché ci è arrivato.

COSÌ KEITH RICHARDS CALPESTA I CALENDARI

Eppure alla fine anche la polvere di te volerà via e il vento in una sola folata rimetterà in pari tutte le volte che ti aveva risparmiato. Intanto, guarda la tua faccia: a forza di consumarsi è tornata quella di un neonato. Tutta pieghe, non ha più una forma. Tanto di quel tempo le è scorso addosso, che non ha più un'età. E questo, naturalmente, può essere un vantaggio, se ci sai fare. Se la sai indossare. Chi guarda un film è destinato a sperimentare il disagio del se stesso perduto. Disagio e nostalgia: altre divise, colori, manie, altri strumenti. Dio mio, quanta vita è passata, quanta. Ma Keith cammina sopra le stagioni e calpesta calendari, il suo profilo ha cambiato mille aspetti, s'è devastato, incartapecorito, appesantito di orpelli, ma resta sempre quella luce negli occhi, sempre un filo a congiungere sponde di gesta distanti epoche.

DA NEW YORK AI BOSCHI DEL CONNECTICUT

«Amo l'America, l'ho vista crescere: non posso credere che siamo in giro dal 1964, e, ogni tanto, ci torniamo a suonare». In realtà I Rolling Stones, pirati di tutti i mari, da molti anni vivono più in America che altrove sulla terra: Keith, per dire, ha appena venduto un attico al Greenwich Village di New York a 9 milioni di dollari, «perché tanto non lo usavo». Preferisce il Connecticut, terra di boschi, di natura immane da respirare, da bere. Da camminarci dentro a piedi nudi. Ma tra l'Ed Sullivan Show in bianco e nero del '64 e la sobrietà del 2018 corre l'intera parabola della ricostruzione capitalista, delle crisi stanziali, poi globali, della finanza liquida, della realtà virtuale e dei dispositivi che ti fanno portare il mondo in una mano. Quando Keith immaginava Satisfaction dormendo, russando in una stanza d'albergo, sperduto in un altrove nel mondo, Cassius Clay, appena ribattezzatosi Muhammad Ali, abbatteva per la seconda volta il grande orso cattivo, Sonny Liston (destinato a morire di overdose proprio mentre gli Stones lanciavano Brown Sugar).

KEITH E LE "CHIAMATE DI MORTE"

Gli eroi cadono. Anche Keith ha avuto le sue devastazioni, i suoi lutti le sue chiamate di morte in serie, ma in un modo o nell'altro si è sempre ripreso e anche se sul palco ha percettibilmente ridimensionato l'energia, la grinta è sempre la stessa: scocca dagli occhi, di tanto in tanto gli si dipinge sul volto l'espressione di 10, 30, 50, 75 anni fa. Ma perfino lui, che gli anni non li ha mai contati, deve scendere a patti con le sette placche di titanio che gli tengono insieme il cervello dopo la caduta da una palma, dopo le mille overdose, le 200 sigarette al giorno e le bottiglie impossibili da contare, i tre giorni e tre notti senza chiudere occhio, i ricambi di sangue da vampiro moderno, lo stile di vita che la scienza non è mai riuscita a spiegare. Lo fa da par suo, senza cedere un centimetro alla grinta e al carisma. Alla fine del 2012 mette di tingersi i capelli di quel nero corvino che, oltre un certo limite di rughe, atterrisce, li lascia crescere come un candido cespuglio da cui ha potato ciondoli, ammennicoli, nidi assurdi. Giusto una fascia di tanto in tanto, o un cappello. E gli cresce la pancia, perché i farmaci sfasciano e, se non puoi più farti di coca, va a finire tutto laggiù.

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ORA KEEF GIOCA IN DIFESA

Ma che importa? Appena meno esagerato nel look, meno dissoluto anche sul palco, dove ha imparato a economizzare le energie, i movimenti, sono concerti che ancora superano le due ore e nessuno qui è più un ragazzino. Adesso, più che un pirata sembra un marinaio con la pelle d'argilla, essiccata dal sole. Uno che puoi incontrare per strada, inquietante, certo, ma anche uno che è andato oltre la stravaganza, non ne ha più bisogno, gli basta guardarti, sorridere. Adesso Keef gioca in difesa, non ha più bisogno di sovrastrutture, e, una volta di più, lui è quello che suona. Ve lo faccio vedere io come si invecchia. Il momento più incredibile, più commovente e ammaliante di Shine a Light, il film tributo di Martin Scorsese, è la versione di You got the silver, che Keith lascia suonare completamente a Ron Wood mentre lui, avvolto in un mantello che gli scende fino ai piedi, sfodera una prestazione canora memorabile, la faccia affilata e dolente, la sigaretta che sembra fumare come un inferno prima di volare in aria. Alla fine si ripiega su se stesso, scende sulle ginocchia mentre il mantello lo avvolge. Poi si rialza con un sorriso triste: «Fico, no?». Il pubblico diventa matto.

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Sono passati altri 12 anni e sembra ieri, sembra sempre ieri con i Rolling Stones e sembra sempre domani con Keith. Domani, un altro tour, «probabilmente l'ultimo, non lo so», un altro disco, sicuramente l'ultimo, dopo di lui il diluvio ma questa è una storia che non finisce mai, perché non può finire. La storia di uno che ha fatto tutto quello che non si doveva fare, nel modo più sbagliato, compreso suonare, ed è ancora qui, a cavallo di arabeschi tutti suoi. «Mi piace leggenda vivente, ma immortale suona meglio». E ride, ride, con quel gorgoglio che sale dall'immortalità e quel luccichio negli occhi di 75 anni fa.

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