Khashoggi ma non solo, gli squadroni della morte dei sauditi

22 Ottobre 2018 14.18
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Uno squadrone della morte spedito all'estero dall'Arabia Saudita per uccidere con la massima crudeltà un cittadino scomodo. I leader occidentali, cancelliera tedesca Angela Merkel in testa ma infine anche l'alleato di punta dei sauditi Donald Trump, non sono convinti della versione edulcorata di Riad sulla morte del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato di Istanbul e il richiedere maggiori dettagli dà implicitamente credito all'agghiacciante ricostruzione degli inquirenti turchi. Il presidente Recep Tayyip Erdogan promette di rivelare integralmente a breve, con le prove, la «nuda verità dell'accaduto». E a questo punto si inizia a dubitare sia l'unico caso, per modalità, riconducibile al principe ed erede al trono saudita Mohammad bin Salman, MbS come lo chiamano nel regno, in patria e magari anche all'estero.

L'ANATOMOPATOLOGO DEL COMMANDO

Nella monarchia assoluta non esiste una magistratura equa e autonoma, trovare prove è un'impresa, e anche nelle zone di guerra del Medio Oriente. Ma gli indizi non mancano, rendendo l'ipotesi tutt'altro che peregrina. Intanto, come ha riportato il New York Times, l'anatomopatologo Salah al Tubaigy, nel gruppo dei 15 incaricati dal regno arrivati a Istanbul il 2 ottobre 2018, giorno della scomparsa di Khashoggi, e ripartiti subito dopo, a capo del Consiglio scientifico saudita forense e con precedenti incarichi per il ministero dell'Interno e le forze di sicurezza, ha nel curriculum saggi su opere di dissezione dei corpi e autopsie mobili. Scrive il britannico Guardian che al Tubaigy avrebbe anche rilasciato interviste ai media sauditi su come formare personale e mettere in piedi cliniche mobili per le autopsie, per identificare le cause delle morti durante le emergenze o direttamente sulle scene del crimine.

I BLITZ DI MASSA E LE NOTIZIE DI SPARIZIONI

Dai «blitz anti-corruzione» dell'autunno 2017 che portarono centinaia di miliardari sauditi nella prigione di lusso del Ritz-Carlton di Riad, si sono susseguite le notizie di arresti di dissidenti. Alcuni hanno patteggiato, versando milioni di dollari al regno, altri risultano ancora in manette, altri ancora sarebbero morti in colluttazioni (come in una delle versioni di Riad sull'uccisione di Khashoggi), di altri non si sa più nulla. Le stesse cifre sugli imprigionati sono incerte, come quanto accaduto all'interno del grand hotel trasformato per mesi in carcere. Una fonte anonima saudita qualificata ha raccontato a Middle East Eye dello «squadrone tigre» di 50 unità, del quale avrebbe fatto parte anche il commando di Istanbul, scelto personalmente da MbS per eliminare nemici o voci scomode, anche attraverso finti incidenti o l'iniezione di virus o sostanze letali. Per l'americana Nbc l'erede al trono del regno terrebbe da anni agli arresti domiciliari anche la madre, lontana dal padre vecchio e malato re Salman.

A Riad l'erede al trono veniva chiamato il "padre dei proiettili"

LA FAMA DI TRUCE DI MBS IN YEMEN E A RIAD

Il 33enne sovrano di fatto MbS sarebbe ossessionato dal potere e dai soldi, oltre che dal timore che qualcuno freni le sue ambizioni. In un ritratto del New Yorker vecchi conoscenti dicono di lui che «non è soft, al contrario dei fratelli». A Riad circola anche la leggenda metropolitana della «busta con il proiettile» arrivata a un ufficiale del catasto, dopo il suo no, anni fa, a MbS che gli chiedeva di aiutarlo a confiscare una proprietà. Da allora il principe saudita (e ministro dell'Interno, della Difesa e dell'Economia) sarebbe conosciuto nella capitale anche con il nomignolo di Abu Rasasa, il «padre del proiettile». Per il caso Khashoggi, il magazine tedesco der Spiegel ha pubblicato una copertina sul «principe e l'omicidio», ma MbS deve la sua fama di truce già alla guerra in Yemen, prima della quale l'intelligence tedesca aveva diramato un'allerta proprio sul profilo di MbS.

SQUADRONI DELLA MORTE ANCHE IN YEMEN

Dal 2016 la coalizione saudita ha sganciato tonnellate di bombe in Yemen, anche contro i civili più indifesi: è dello scorso agosto la notizia di una strage di bambini diretti a scuola. Ma nel Paese, teatro della più grave emergenza umanitaria, sono in azione migliaia di mercenari a terra, al soldo dell'asse guidato dall'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi, alleati di ferro. Anche squadroni della morte americani, pagati dall'erede al trono di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed che gli arabi chiamano MbZ ed è molto vicino a MbS, sarebbero stati in azione in Yemen, secondo un'inchiesta pubblicata dal sito d'informazione statunitense BuzzFeed News. Contractor ex membri di unità speciali, come i Seal o gli agenti della Cia, ingaggiati dalla società Spear Operations Group registrata negli Usa, avrebbero partecipato nel 2015 al «programma di un omicidio mirato» non andato a segno.

LA GUERRA DI MBS AI FRATELLI MUSULMANI

Target dell'operazione, dal racconto dello stesso fondatore della società, l'israeliano di origine ungherese Abraham Golan, era il leader del partito yemenita al Islah che fa capo alla Fratellanza musulmana, Anssaf Ali Mayo. Come il generale Fatah al Sisi, presidente d'Egitto grazie a un golpe finanziato dall'Arabia Saudita, MbS e MbZ hanno dichiarato «organizzazione terroristica» il movimento dell'islam politico che vuole andare al potere con le elezioni e dal 2011 motore delle Primavere arabe. Migliaia di militanti dei Fratelli musulmani sono stati da allora uccisi nelle repressioni o imprigionati nei tre Paesi e centinaia di esponenti vivono esiliati in Qatar e in Turchia. Torture delle forze emiratine in Yemen sono state denunciate da Amnesty international. Non a caso, il Qatar è stretto dal giugno 2017 in un embargo economico e commerciale, sempre per mandato di MbS. Mentre Khashoggi era fidanzato con la figlia di un grosso esponente del partito islamista di Erdogan Akp.

LA SOCIETÀ SOSPETTA DI CONTRACTOR USA

Il Dipartimento di Stato Usa nega di aver rilasciato la licenza obbligatoria per operare alla Spear Operations Group. Ma anche se l'Amministrazione, le forze armate e l'intelligence statunitensi declinano ogni responsabilità (l'operazione espone gli autori alle accuse di omicidio, crimini di guerra e violazione della legge nazionale sulla neutralità), anche un ex membro dei Navy Seal ha ammesso di aver preso parte alla spedizione e un ex ufficiale americano operativo negli Emirati Arabi ha confermato al sito la presenza dei mercenari citati che «agivano quasi come uno squadrone della morte». Per il Washington Post, che ritiene la ricostruzione verosimile, come l'omicidio di Khashoggi l'operazione in Yemen addebitata agli Emirati Arabi «potrà avere conseguenze serie». In un caso c'è una squadra di sicari della sicurezza saudita pressoché accertata, nell'altra si tratterebbe addirittura di sicari americani.

Malhama, la Blackwater del jihad, in arabo significa Armageddon

L'ARMATA DI MERCENARI DEGLI EMIRATI

Che anche gli Emirati Arabi spediscano contractor all'estero non stupisce. Le forze militari del piccolo Stato del Golfo fanno da sempre affidamento su grossi rinforzi stranieri. Da mesi, sempre in Yemen, è riportata la presenza di migliaia di mercenari africani, reclutati da Arabia Saudita ed Emirati Arabi, per contrastare i rivali houthi sciiti che dalla loro hanno le truppe del vecchio esercito yemenita. I contractor sarebbero arrivati, secondo i media francesi, da Ciad e Uganda. E sempre gli Emirati Arabi, alleati all'Egitto nella guerra tra fazioni in Libia, hanno imbottito l'ex jamahiriya di Gheddafi di mercenari centro-africani, penetrati attraverso il Sahel per aiutare il comandante Khalifa Haftar padrone dell'Est e del Sud della Libia a sconfiggere il governo rivale islamista di Tripoli, sostenuto dalla Turchia e dal Qatar. Una guerra per procura che ha risparmiato ancora meno la Siria.

LA BLACKWATER ISLAMICA DEL JIHAD

In molti si sono chiesti, dalle immagini, da dove venissero gli equipaggiamenti anti-proeittili e anti-balistici di ultima generazione dei gruppi di ribelli anti-Assad, di impronta sempre più estremista, visto e considerato che all'inizio gli originari gruppi di insorti siriani – combattenti improvvisati e disertori dell'esercito – erano guarniti delle poche armi sottratte alle caserme o di epoca sovietica. In effetti, in questo caso, si trattava davvero dei «terroristi venuti da fuori» denunciati dal regime. Una società di contractor musulmana dai committenti ignoti – ma certo al servizio degli interessi di ricche potenze sunnite – fondata nel 2015 da un uzbeko, la Malhama Tactical ribattezzata la Blackwater del jihad, aveva reclutato e portato in Siria e in Iraq estremisti islamici dai Paesi dell'Asia centrale. Uiguri cinesi, birmani, filippini, caucasici sono spiccati come i combattenti più violenti tra i ribelli.

GLI ASIATICI CHE HANNO INVASO LA SIRIA

Migliaia di asiatici militavano anche nell'Isis, nel 2013 definitivamente scisso dai qaedisti di al Nusra. Uno dei suoi capi più pericolosi era il ceceno Abu Omar al Shishani, uzbeko di una cellula Isis di jihadisti dell'Asia centrale è risultato anche l'attentatore di capodanno del 2017 a Istanbul. E contractor di Malhama Tactical, (Armageddon in arabo) hanno riempito le fila di al Nusra (ora Jabhat Fatehal Sham) e di altri gruppi fondamentalisti in Siria come Ahrar al Sham, che hanno finito per cannibalizzare i moderati, non a caso anche gli Usa nel 2017 hanno ufficialmente smesso di finanziare gli insorti. Abu Rafiq, boss di Malhama, è forse morto in un raid nell'ultimo bastione di Idlib dei ribelli. Ma migliaia di jihadisti asiatici sono attratti con abili campagne sui social e addestrati nei campi in Afghanistan. Al momento, il capo siriano di al Nusra sarebbe, da informazioni di L43, un birmano. L'esercito di contractor stranieri, dicono in Siria, «non si fermerà». Ieri in Iraq, oggi in Siria o in Yemen, domani altrove.

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