Kosovo, libertà a ostacoli

18 Gennaio 2012 06.50
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All’esatta metà del ponte sull’Ibar, il fiume che divide in due la cittadina di Kosovska Mitrovica, nel Nord del Kosovo, una targa ricorda che «la ricostruzione dell’opera è stata realizzata dalla Francia con il contributo della popolazione locale».
Perché il messaggio sia chiaro a tutti, l’iscrizione è riportata non solo in francese e inglese, ma anche in serbo e albanese.
Una precauzione inutile. Nessuno degli abitanti della città può infatti vederla.
ACCESSO BLOCCATO DA NORD E DA SUD. Sul lato Sud, le pattuglie della polizia kosovara bloccano l’accesso a chiunque. Dal lato Nord invece, a sbarrare il passo è una barricata di macerie e mattoni, sulla quale sventola una bandiera serba. In mezzo, le truppe del contingente Onu della missione Kfor evitano qualsiasi contatto fra quelli che fino a quattro anni fa erano abitanti della stessa città. E oggi sono i principali protagonisti di una guerra formalmente conclusa, ma che continua a consumarsi per le strade di una zona, ieri Serbia e oggi terra di nessuno.
KOSOVKA MITROVIZA CENTRO DELLA RESISTENZA. Maggiore enclave serba nel Kosovo a maggioranza albanese, Kosovka Mitroviza, dal 17 febbraio 2008 – giorno in cui Pristina ha proclamato la propria indipendenza da Belgrado – si è convertita nella capitale della resistenza all’annessione al neonato Stato.
I servizi minimi vengono ancora garantiti dalla Serbia, che ha mantenuto proprie strutture parallele di governo eppure, formalmente, quella è già terra straniera. Dove però le nuove autorità del Kosovo non possono entrare e anche la Kfor non è benvoluta.
NESSUNO MANTIENE L’ORDINE PUBBLICO. Non c’è infatti autorità che sovrintenda, né polizia che gestisca l’ordine pubblico, mentre la vera amministrazione della città si fa sulle barricate, nate dopo i violenti scontri con la Kfor di luglio 2011 e divenute il vero centro propulsore della città. È qui che volontariamente, uomini e donne, si danno il cambio ogni sei ore, per vigilare un confine che nessuna autorità ha tracciato. È qui che si celebrano matrimoni, battesimi e anniversari. È qui, che è stata elaborata la proposta di referendum che ha fatto saltare i nervi al premier Hashim Thaci e alle autorità di Pristina e che sta mettendo in seria difficoltà anche il presidente della Serbia Boris Tadic.

Un referendum per accettare l’autorità del Kosovo

Il 14 e il 15 febbraio i cittadini di Kosovska Mitrovica, Zubin Potok, Zvecan e Leposavic – quattro città a maggioranza serba finiti sotto il controllo del Kosovo – sono chiamati a decidere se accettare le autorità centrali del governo a maggioranza albanese. Una consultazione estremamente delicata che in caso di vittoria del «no» – eventualità, stando ai sondaggi, più che probabile – promette di destabilizzare l’intera regione e far saltare le già difficili trattative fra Pristina e Belgrado.
Impegnati in un colloquio a tappe – voluto, se non imposto dall’Unione europea – i rappresentanti di Serbia e Kosovo dovrebbero incontrarsi lunedì 23 gennaio nel Consiglio europeo per affrontare il nodo della libertà di circolazione fra i due Paesi. Ma adesso anche quell’incontro è in bilico, mentre l’avvicinarsi del referendum accende gli animi sia sul lato serbo del confine sia su quello kosovaro.
SCONTRI SUL CONFINE CON LA POLIZIA. Gli ultimi scontri sono avvenuti a Medare dove oltre 250 militanti del Movimento per l’autodeterminazione, gruppo dell’estrema destra kosovara, sono stati arrestati dopo aver tentato di bloccare con la forza l’ingresso delle merci provenienti da Belgrado e aver risposto con una fitta sassaiola alla polizia intervenuta per liberare il confine.
Ma si tratta solo dell’ultimo episodio in ordine di tempo. Da oltre un mese, la tensione nella zona non fa che salire. E i reciproci sgarbi diplomatici – come la negazione del visto al ministro della Diaspora kosovaro, Ibrahim Makolli, formalmente dovuta a un «disguido informatico», ma curiosamente seguita alla minaccia da parte di Pristina di vietare in futuro l’ingresso nel Paese al presidente Tadic, sembrano essere solo le scintille che precedono l’esplosione. Tanto sul confine, come nei rispettivi parlamenti.

Su Thaci pressione per l’annessione all’Albania, Tadic vuole entrare in Ue

Se il presidente Thaci è incalzato a destra da chi come il Movimento per l’autodeterminazione sogna una riunificazione del Kosovo all’Albania, anche il suo omologo serbo, Tadic non sembra avere vita facile.
Stretto fra le imposizioni dell’Ue, che già una volta a causa delle persistenti tensioni con il Kosovo ha rimesso in discussione lo status della Serbia come Paese candidato a diventare nuovo membro, e le imminenti elezioni, che lo vedono di gran lunga sfavorito, Tadic è un uomo con le spalle al muro.
Non può scontentare la sua base, che a maggio è chiamata alle urne e per la quale il Kosovo è una ferita ancora aperta, ma neanche l’Ue, che – con Germania e Austria in testa – in cambio dello status di Paese candidato all’ingresso in Ue pretende la normalizzazione dei rapporti con Pristina. E il passaporto per l’Europa è uno dei pochi assi rimasti da giocare a Tadic in una partita elettorale che lo vede decisamente perdente.
LA SERBIA TEME PER L’ESITO SUL REFERENDUM. Pressioni incrociate che il presidente sta tentando di dribblare. «I governi locali non possono risolvere la complessa questione del Kosovo. Il momento è molto delicato, ed è molto facile fare errori che potrebbero avere conseguenze gravi negli anni a venire», ha dichiarato Tadic, chiedendo di rinunciare al referendum.
È toccato a Milivoje Mihalovic, portavoce del governo di Belgrado, chiarire che «il referendum non riceverà alcun appoggio ufficiale da Belgrado». Parole che spianano la strada alle opposizioni nazionaliste, il Partito democratico dell’ex premier Vojislav Kostunica e quello Radicale di Tomislav Nikolic, erede di quel Vojislav Seselj, oggi sotto processo per crimini di guerra al tribunale dell’Aja.

I nazionalisti serbi vogliono riprendersi il Kosovo

Mentre la destra istituzionale si prepara a una campagna elettorale all’insegna della parola d’ordine «Tadic traditore», c’è chi sulle barricate di Kosovska Mitrovica ha messo radici da tempo e sul mito della «patria tradita» sta costruendo le proprie fortune: l’estrema destra del Snp 1389, il Movimento politico nazionalista serbo guidato da Misa Vacic.
«Nel Nord del Kosovo, non solo abbiamo un quartier generale e diverse sedi», racconta Vacic a Lettera43.it, «ma i nostri ragazzi sono presenti su tutte le barricate. A turno, militanti provenienti da tutta la Serbia sono andati a sostenere la popolazione contro la Kfor e gli albanesi che si vogliono appropriare delle nostre terre. Lì sta crescendo il nostro zoccolo duro e la popolazione ci appoggia. Senza i tentennamenti di Tadic non sarebbe stato così facile».
VACIC SPERA NEL SOSTEGNO RUSSO. E per il futuro, Vacic ripone le proprie speranze oltreconfine: «Il ruolo della Russia sarà fondamentale per il futuro della Serbia. Non è solo uno dei principali punti di riferimento, ma un Paese fratello che ci aiuterà a riprenderci quel che era nostro e ci è stato tolto». Poi il nazionalista si lascia sfuggire: «Abbiamo ottimi legami con Russkjy Obraz (gruppo dell’estrema destra russa, ndr), ma anche con Nashi (il movimento giovanile del partito del premier Vladimir Putin, Russia unita)».
NEL 2011 DA MOSCA AIUTI ECONOMICI. Rapporti ambigui, ma che non dovrebbero stupire. Mosca, che nel corso del 2011 ha fatto arrivare nelle province del Nord del Kosovo aiuti per milioni e sta ufficialmente valutando 50 mila richieste di cittadinanza fatte pervenire dai cittadini del Nord del Kosovo all’ambasciata di Belgrado, ha più di un interesse a mantenere una solida testa di ponte a due passi da Bondsteel, la più grande base Nato dell’Europa occidentale, costruita dagli Stati Uniti nel cuore del Kosovo.
Un interesse che, in base alla Risoluzione Onu 1244, che autorizza i soldati russi a rientrare nel Paese in qualsiasi momento e li legittimerebbe ancor di più se si trattasse di difendere i propri cittadini, potrebbe anche divenire una minaccia concreta nella partita internazionale tuttora in corso sui Balcani. Ma Mosca, per adesso, non sembra interessata. 

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