La banda Karzai

Gea Scancarello
06/10/2010

Gli affari della famiglia che spadroneggia in Afghanistan.

Quando le bombe della missione Enduring Freedom iniziarono a  cadere sulle montagne di Tora Bora nell’ottobre del 2001, non tutti gli abitanti dell’Afghanistan si preoccuparono alla stessa maniera. Mentre la maggior parte cercava di varcare in fretta e furia il confine verso un rifugio tranquillo, un manipolo di  spavaldi al sicuro Oltreoceano si precipitava a prenotare il primo volo disponibile in direzione Kabul: erano fratelli, cognati, nipoti e cugini del futuro presidente Hamid Karzai.
Nominato a dicembre 2001 capo dell’amministrazione transitoria, per poi diventare presidente ad interim (2002) ed essere riconfermato senza soluzione di continuità da allora, in questi nove anni Karzai si è speso per il bene del Paese, ma soprattutto per quello della sua famiglia: non esiste praticamente parente, per quanto lontano o poco simpatico ad Hamid, che non abbia ricevuto un incarico istituzionale, un contratto milionario o quantomeno un’azienda da gestire. L’ultimo dell’elenco è Taj Ayubi, fino a poco tempo fa proprietario di un negozietto dell’usato a Washington e oggi consigliere per le politiche estere del presidente: nessun corso di specializzazione accelerato, semplicemente ha una sorella recentemente andata in sposa a un Karzai.
A raccontarlo è il New York Times in un lungo articolo che fa il punto sul ruolo della famiglia nelle dinamiche del potere afghane, invero assai semplici: se fai parte del parentado del presidente sei a posto.  
Il caso scuola è quello dei due fratelli: Ahmed Wali Karzai, broker di Kandahar molto in vista e sospettato di essere al centro del lucroso export di droga dall’Afghanistan verso le piazze occidentali, e Mahmoud Karzai, business man e investitore della Kabul Bank, la cui solidità è tutta da dimostrare.
Mentre i media si occupavano delle loro storie, senza tuttavia che l’attenzione fosse sufficiente a provocare serie reazioni dell’Amministrazione americana, troppo in crisi sul fronte della guerra per far franare anche l’unica alleanza sicura nella regione, il resto dei Karzai scivolava silenziosamente al comando del Paese.

Un posto per tutti

Il nipote Yama Karzai, per esempio, è diventato capo dell’intelligence: fino a poco tempo fa risiedeva a Quetta, in Pakistan, e per tirare avanti chiedeva aiuto economico a mamma e papà. Hashim Karzai, cugino del capo di Stato, è consulente della Pamir Airways, compagnia aerea con sede a Kabul e creata direttamente dal socio in affari di Mahmoud, fratello del presidente; l’incarico deve rendergli bene, perché Hashim ha preso casa su una delle lussuriose isole che circondano Dubai e, per celebrare il matrimonio del figlio, ha recentemente affittato l’intera galleria d’arte Corcoran a Washington.
E ancora: un terzo fratello, Abdul Ahmad Karzai, prima impiegato dell’aeroporto di Baltimora, è diventato il fulcro della Afghanistan investment agency support, l’organizzazione che distribuisce le licenze di lavoro alle aziende sul territorio nazionale. Un quarto, Shahwali Karzai, vive dentro a un’immensa struttura valutata 900 milioni di dollari ed edificata dal fratello Ahmed, all’interno della quale ha costituito una società di consulenza per progetti ingegneristici legata alle operazioni immobiliari del primo.
I giovani cugini americani Ahsan e Zabeh Karzai si sono recentemente trasferiti a Kandahar per aprire una compagnia di trasporti che sigla contratti milionari con l’esercito statunitense; e sempre l’esercito aiuta a portare il pane in tavola ai fratelli Rateb e Rashid Popal, cugini del presidente Karzai, che possiedono una società di sicurezza alle dirette dipendenze dei militari Usa.  C’è stato spazio persino per l’anziano zio, diventato ambasciatore in Russia.
Tanta e tale è stata la fretta con cui i Karzai si sono precipitati alla corte del capostipite presidente, che persino tra di loro qualcuno ha storto il naso, con accuse reciproche di eccessiva cupidigia e brama di potere. «I miei parenti mi chiedono perché non mi sono ancora affrettato in Afghanistan per diventare ricco», ha ironizzato Mohammad Karzai, l’unico tra i cugini del presidente Hamid a essere restato a casa propria in Maryland, nei pressi di Washington.

Un’assicurazione sul futuro

La sete di denaro del clan Karzai, che in altri luoghi finirebbe con l’indebolire il presidente, in Afghanistan è diventata invece una rete di sicurezza per il capo di Stato. A spiegarlo al New York Times è  Ronald E. Neumann, conoscitore del Paese per essere stato l’ambasciatore americano a Kabul dal 2005 al 2007: «Karzai è convinto che lo abbandoneremo: crea quindi una rete di devoti, comandanti militari e famigliari corrotti e li rinsalda l’uno con l’altro», racconta. «Questa rete è parte del suo meccanismo di salvezza».
Il fatto che la rete sia stata la principale beneficiaria degli investimenti miliardari che gli Stati Uniti hanno riversato in Afghanistan in questi nove anni non è poi così rilevante. Lo spiega Ahmed Rashid, letterato pakistano che delle vicende del tormentato Paese confinante ha scritto a lungo: «La politica di stampo familistico è parte della cultura di questa parte del mondo; in questo momento in Aghanistan si assiste a una fase di accumulo selvaggio di capitali da parte delle famiglie più importanti».
È tutto così ordinario che anche zii e cugini pronti a puntare il dito  l’uno contro l’altro quando c’è da criticare la cupidigia della famiglia si ricompattano improvvisamente di fronte alle critiche esterne: «Siamo sulla scena politica nazionale da un secolo e nessuno ci ha mai accusato di avere a che fare con droghe o affari sporchi», si rammarica Qayum Karzai, cugino del presidente dalla spiccata sensibilità. «Noi Karzai siamo sempre stati identificati con le tradizioni moderate del Paese: le accuse che ci rivolgono ci spezzano il cuore».

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