La banda si fa stretta

Fabio Chiusi
29/01/2011

Oltre 5 milioni di italiani esclusi dalla Rete veloce.

La banda si fa stretta

Diffusione della connessione a banda larga e alfabetizzazione informatica. Due obiettivi che in Italia, più che nel resto d’Europa, dovrebbero scalare la classifica delle priorità dell’intervento pubblico. Invece non è così. E a spiegarne le ragioni è il rapporto dell’Istituto di economia dei media (Iem) della Fondazione Rosselli, intitolato Gli investimenti pubblici nell’industria culturale e delle telecomunicazioni.
IL DIGITAL DIVIDE. Tra le sue pagine, che Lettera43.it ha potuto leggere in anteprima, c’è una fotografia analitica dei flussi di denaro mossi e, soprattutto, del loro significato. In particolare riguardo al cosiddetto digital divide infrastrutturale, quello cioè che separa i cittadini dalla rete ad alta velocità a causa del mancato intervento dello Stato sul territorio.
MANCA UN DISEGNO ORGANICO. Eppure dovrebbe essere proprio lo Stato a colmare il divario. Perché, come scrive la fondazione Rosselli, «l’orografia del territorio e la presenza di zone scarsamente popolate rende queste aree poco appetibili agli operatori privati». Meglio, per questi ultimi, investire «nelle aree metropolitane, con una più alta concentrazione di popolazione e servizi avanzati e quindi con maggiori ritorni economici». Insomma, siamo in presenza di «un caso classico di fallimento del mercato», e serve lo Stato. A mancare, tuttavia, è «l’assenza di un disegno organico» in tutti i settori considerati nello studio.

Solo il 2,5% delle risorse sulla banda larga

Ma quanto e come è intervenuto il settore pubblico per la diffusione della banda larga? La fotografia del rapporto è impietosa: dei 2.972 milioni di euro stanziati a favore della cultura e delle comunicazioni nel 2009, infatti, solo 76,9 sono a disposizione del settore delle telecomunicazioni. Cioè il 2,5% circa delle risorse complessive.
UNA STIMA COMPLICATA. Pur ammettendo le difficoltà derivanti dalla stima di una «molteplicità di meccanismi di finanziamento nella realizzazione degli interventi di copertura dei diversi territori», lo Iem avanza una valutazione basata sullo studio dei bandi di gara pubblicati da Infratel, la società creata per gestire gli investimenti contro il digital divide, negli ultimi cinque anni. Le risorse complessivamente impegnate, al netto dell’Iva, sono state secondo questo calcolo 312 milioni, «197 dei quali già erogati o in corso di erogazione».
TREND NEGATIVO. A spiccare, tuttavia, è il fatto che la spesa pubblica, secondo i dati raccolti a livello centrale dai Conti pubblici territoriali, sia in diminuzione «progressiva» dal 2001 al 2008, con un trend ininterrottamente negativo dal 2004 al 2007 e una lieve ripresa nell’ultimo anno di rilevazione. La riduzione, a partire dal 2005, è giudicata addirittura «drastica» per la parte in conto capitale, cioè per gli investimenti. Una tendenza simile a quella del peso di cultura e telecomunicazione rispetto al totale dei flussi di spesa del settore pubblico allargato, sceso dal 2,1% del 2000 allo 0,96% del 2008.

Tagliati fuori 5 milioni di italiani

Dati che dimostrano, argomenta Maurizio Decina, docente di Mobilità e sicurezza delle reti al Politecnico di Milano, nelle note a margine, che nonostante «un drammatico sottosviluppo rispetto ai partner Europei» in Italia «l’attenzione del governo è rivolta ad altre priorità e le risorse messe in gioco per l’accesso a Internet e l’alfabetizzazione informatica sono minime».
Risultato? Circa il 9% degli italiani, cioè 5,5 milioni di individui, sono tagliati fuori dalla connessione a banda larga, ovvero ad almeno 2 megabit al secondo, di cui un milione perfino in Lombardia, Veneto e Piemonte, precisa Decina.
SOTTO LA MEDIA EUROPEA. Ma se si scende nel dettaglio, i numeri del ritardo sono anche più negativi. A confermarlo sono i risultati del recente documento sullo stato di internet nel terzo quarto del 2010 di Akamai Technologies: la velocità di connessione media in Italia si attesta a 3,3 megabit per secondo. In crescita di tre decimali rispetto al trimestre precedente (leggi l’articolo), è vero, ma ancora in forte ritardo rispetto al resto d’Europa. Dove si va, solo per fare qualche esempio, dai 6,3 Mb/s dell’Olanda ai 4,2 della Germania ai 4 del Regno Unito. Il risultato è che il nostro Paese, alla pari con la Francia, fa meglio solo di Spagna (2,8) e Grecia (3,2). Preoccupante, poi, il dato sulle connessioni superiori a 5 megabit al secondo, che in Italia rappresentano solo il 7,7% del totale contro una media del 21,4% e percentuali a due cifre in tutto il Continente. Con la solita eccezione di Spagna e Grecia.

Solo il 4% delle imprese vende online

Le conseguenze sono economiche e culturali. Così anche chi ha la connessione finisce per non usarla. Come dimostrato dal fatto che «soltanto il 12% degli italiani compra beni o servizi online rispetto al 37% della media europea», ricorda il rapporto; che solo il 4% delle imprese «vende online, mentre la media europea è almeno il triplo»; e che le opportunità di servizi di e-government, con ricadute positive sulla cittadinanza (più equità, trasparenza e facilità di accesso) e sulle pubbliche amministrazioni (meno costi di gestione), non sono sfruttate come dovrebbero.
TIMIDI SEGNALI DI SPERANZA. Qualche segnale di speranza è dato dal fatto che «l’attività di finanziamento è stata intensificata tra il 2009 e il 2010, con lo stanziamento di 54,8 milioni del cosiddetto Bando Centro Nord e di 46,8 milioni del Bando nazionale fibra ottica», scrive il rapporto; dai 91 milioni di euro di risorse regionali e comunitarie impegnate; e dalla precisazione che «relativamente ai finanziamenti regionali» si debba osservare che «le risorse stanziate attraverso i molteplici strumenti di intervento sono ovviamente molto più ingenti di quelle elencate in questa sede». Ma che questo basti a colmare il fossato digitale che ci separa dal resto d’Europa non è certo il messaggio trasmesso dallo Iem.