La battaglia di Obama contro i militari

Redazione
22/09/2010

Si è impegnato davvero, come promesso in campagna elettorale, a portare via le truppe dall’Afghanistan il più in fretta possibile....

La battaglia di Obama contro i militari

Si è impegnato davvero, come promesso in campagna elettorale, a portare via le truppe dall’Afghanistan il più in fretta possibile. Ma, semplicemente, non ce l’ha fatta. Il presidente americano Barack Obama ha trascorso tutto il 2009 alla convulsa ricerca di qualcuno, tra suoi top-advisor militari, che fosse in grado di proporre una rapida exit strategy per il contingente Usa. Lo racconta Bob Woodward, il reporter del Washington Post passato alla storia, insieme al collega Carl Bernstein, per l’inchiesta più famosa degli ultimi 40 anni: il Watergate.
Nel suo ultimo libro, “Obama’s Wars”, che uscirà negli Stati Uniti il 27 settembre, Woodward rivela una serie di retroscena (particolarmente gustosi per gli amanti del genere) sui meeting avvenuti ai vertici della Casa Bianca negli ultimi 18 mesi.
«Non rimarrò in Afghanistan dieci anni e non spenderò 1.000 miliardi di dollari», ha detto Obama, il 26 ottobre 2009, al segretario alla Difesa Robert Gates e al segretario di Stato Hillary Clinton. Prima e dopo quel meeting, il presidente degli Stati Uniti ha cercato spasmodicamente qualcuno in grado di proporgli una via d’uscita dal guado afghano.
Ma non c’è stato niente da fare: i militari sono sempre rimasti compatti sulla richiesta di ricevere più soldati, almeno 40 mila. Obama ha cercato di non cedere e ha rimandato la decisione, ascoltando tutti. Poi, una domenica mattina, il vicepresidente John Biden ha fatto irruzione nello Studio Ovale brandendo lo spauracchio più temuto: «Un’eventuale escalation e siamo in Vietnam».
Il presidente, sempre più frustrato, ha ricominciato a interrogare i militari. Ma ancora una volta la risposta è stata la stessa: servono più truppe. Durante una sessione strategica, sempre negli ultimi mesi del 2009, Obama ha allontanato energicamente un memo dell’ufficio Management and Budget del dipartimento di Stato che prevedeva una spesa di 889 miliardi di dollari in dieci anni per l’Afghanistan. L’esatto contrario di quello che aveva chiesto.
A questo punto, sono cominciate le diatribe interne: il generale Petraeus, allora Capo del comando militare Usa e oggi comandante in capo proprio in Afghanistan, ha definito il top advisor del presidente, David Axelrod, «un manipolatore completo», mentre James Jones, consigliere alla Sicurezza nazionale, si è riferito alla cerchia vicina al presidente come se fosse un “politburo”, una “mafia”. Nel frattempo, i resoconti dal teatro delle operazioni sono diventati preoccupanti: il presidente afghano Hamid Karzai, secondo l’ambasciatore Usa Karl Eikenberry, «è totalmente dipendente dalle sue medicine antidepressive».
Dopo decine di meeting riservati, il presidente ha vergato di suo pugno un documento di sei pagine (pubblicato interamente nel libro). Lo ha sottoposto nello Studio Ovale il 29 novembre 2009, a tutto il team della Sicurezza nazionale: «Se avete obiezioni, ditele ora» ha dichiarato. La summa finale è stata questa: non 40 mila, ma 30 mila soldati in Afghanistan (contro i 20 mila proposti da Biden).
Ecco servita la strategia del “surge”, cioè l’aumento delle truppe, annunciata lo scorso dicembre da Obama con un’apparente contraddizione logica: inviare più soldati ora e, allo stesso tempo, accorciare i tempi del rientro. Più che un obiettivo raggiungibile, sembrerebbe un desiderio.